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Cronaca

FESTA DEI MORTI / Si può esser lieti per quel velo di tristezza che c'è in noi?

La ricorrenza del 2 novembre continua ad essere particolarmente sentita. Conviene rifletterci su: la morte non è altro dalla vita, ma è nelle pieghe della vita stessa. FEDERICO PICHETTO

San Francesco ritratto da Giotto (Immagine dal web)San Francesco ritratto da Giotto (Immagine dal web)

Caro direttore,
la ricorrenza del 2 novembre, la festa dei morti, continua ad essere particolarmente sentita nel nostro paese. Lo stesso tentativo di esorcizzarla con la "notte di Halloween" mostra tutto il fascino che essa esercita sull'immaginario collettivo e la necessità che abbiamo di fermarci a riflettere sul labile confine che separa la vita, ogni vita, dalla morte.

Tutto è in cammino verso la morte e non è vero che morte e vita siano due esperienze antitetiche, dove la prima scompare quando appare la seconda. La morte, infatti, non è qualcosa che viene dopo la vita, bensì è un'esperienza della vita stessa. Muoiono le cellule, è vero, ma muoiono ancor di più le aggregazioni, le amicizie, i matrimoni, le fraternità: la morte è un fatto che accompagna l'uomo e che si incarna tragicamente nella perdita di un figlio, di un coniuge, di un amico, di un genitore. L'ostinazione della razza umana consiste nel presumere che le cose siano e vivano per sempre e che, pertanto, non scompaiano mai. 

Eppure senza la consapevolezza dell'imminenza della fine che incombe su tutto rischiamo di vivere in una grande bugia, dimenticandoci invece che ogni cosa, dai figli al marito, dal collega di lavoro al padre, ci è dato in prestito, ci è consegnato in dono per un certo tempo e — prima o poi — ci sarà richiesto indietro. E questo vale anche per le emozioni e i sentimenti: la rabbia, la paura, il dolore o l'amore ci raggiungono per un po', ci invadono, ci stringono, ma poi ci lasciano andare. Tutto è im-permanente e tutto è destinato ad una fine. 

L'illusione del "per sempre" uccide la gratitudine per l'istante, per l'attimo, per questo presente che ci è donato, ed è un terribile anestetico rispetto al quale la morte — quella vera delle persone care — ci getta poi nella disperazione più nera. Siamo devastati dalla morte perché, fondamentalmente, siamo illusi dalla vita, dal fatto che morte e vita siano due mondi avversi, separati, inconciliabili. Tutta la vita è invero pervasa di morte e, quando i suoi tentacoli ci raggiungono, è molto più semplice parlare di malattia, di errore, di "fatica" quasi come se il "non star bene" nel corpo o nello spirito fosse un difetto di fabbrica e non il segno più potente che tutta l'esistenza vive sotto l'ombra della morte. 

Molti teologi discutono sul fatto se l'uomo, senza peccato originale, sarebbe morto. Io, e con me molte altre menti, ritengo che sì, che sarebbe morto lo stesso, per il semplice motivo che la vera conseguenza del peccato non è la morte in sé, ma la fine, l'estinzione. La parola latina "finis", in analogia al suo corrispettivo greco, infatti non significa solo "fine, morte", ma significa soprattutto "compimento, pienezza". Gesù Cristo ha tolto alla morte il valore di "fine" per darle quello di pienezza, di "compimento". Ogni cosa è allora sulla strada per il suo compimento e ogni vita, ogni emozione, ogni istante, è destinata non tanto a finire, quanto a compiersi.  


COMMENTI
02/11/2015 - dies natalis (roberto castenetto)

D'accordo sulla cristianizzazione della festa dei morti. Ma che il Natale si sovrapponga al culto solare è una congettura senza fondamento. Messori e altri hanno invece dimostrato che ci sono più prove a favore della nascita di Gesù proprio a dicembre. Il culto solare, tra l'altro, risulta essere tardo.

 
02/11/2015 - Quando la morte ti fa bella! (claudia mazzola)

Poco fa ho incontrato Rachele, 88 anni. Mi ha detto che ringrazia Dio per tutti i doni che le ha dato, tutto e di più. Ora però, continua, il Signore si metta la mano sul cuore e venga a prendermi perché la mia vita è arrivata al compimento.

 
02/11/2015 - "Leben in Einheit von Leben und Tod" (Roberto Graziotto)

La vita diventa autentica quando nasce in essa il desiderio del ritorno al Padre. Questo pensiero di don Federico è molto profondo. Per un motivo simile il mio grande maestro filosofico Ferdinand Ulrich, che supera in profondità il già profondo "essere per la morte" di Martin Heidegger, parla dell'unità del vivere e del morire. Un suo libro porta il titolo: "Leben in Einheit von Leben und Tod", Vivere nell'unità di vita e morte.