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PARIGI UNA SETTIMANA DOPO/ Oltre le chiacchiere, per cosa val la pena sacrificare tutto?

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Offrono tutto di sé - la propria pelle, le proprie speranze, i propri progetti - per la realizzazione di un ideale più grande. Un ideale per cui la propria vita è nata e nella quale finalmente si realizza. I terroristi, come quella povera donna assalita dal cancro, ci ricordano che non c’è vita senza significato per cui sacrificarla, senza un motivo che la rende sacra.

Ma gli stessi fatti ci dicono anche che la libertà può scegliere – e sceglie istante per istante – per cosa sacrificare tutto: si può dare se stessi per la vita o si può dare se stessi per la morte. Si può decidere di morire per far essere l’altro, o, invece, di morire perché l’altro non sia. Non esista mai più.

Due abissi, due mondi distanti anni luce: da una parte lo stupore e la gioia della nascita e dall’altra il dolore della morte, del nulla. Eppure questi mondi sono intimamente impastati dentro la vita di ciascuno di noi, ci appartengono entrambi, sono le possibilità che vivono dentro ogni nostro atto, anche il più banale: si può lavorare offrendo il proprio tempo alla costruzione di qualcosa di più grande di sé o per alimentare il proprio ego pensando ingenuamente di riuscire ad appagarlo; si può amare di un amore gratuito e totalmente disinteressato o con la pretesa di ricevere qualcosa in cambio all’altezza del proprio dono. E tra le due alternative è impossibile sbagliarsi su ciò che in fondo desideriamo, su questo non si può barare.

Ma in un mondo in cui sembra vincere l’annientamento dell’altro come unica possibilità dell’io di essere; il gesto semplice e grande di questa donna ci ricorda che c’è ancora qualcuno per cui il dono di sé all’altro è ciò che può davvero compiere la vita. Ma come ha potuto quella donna così giovane rinunciare alla sua vita, perdere la sua possibilità, rinunciare ai suoi affetti? Come ha potuto, devastata dal dolore per la malattia, non giocare in difesa e decidere di proteggere quel seme ancora informe che portava in seno? Come si può, oggi, mantenere vivo questo struggimento e amore per l’altro e non avvertire l’altro da sè come una minaccia alla mia possibilità di esistere? Come si può trasformare il mondo in un luogo in cui poter vivere insieme, se tutte le più brillanti e argute strategie di integrazione hanno fallito, se le migliori politiche estere ed interne sembrano sgretolarsi come le vetrine di quel bistrot a Parigi sotto i colpi dei kalashnikov? Come si può rimanere uomini se l’unica soluzione sembra essere la difesa del mio e l’annientamento del tuo?