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Cronaca

PARIGI UNA SETTIMANA DOPO/ Oltre le chiacchiere, per cosa val la pena sacrificare tutto?

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La risposta a queste domande è interamente contenuta nelle poche parole della mamma al giornale: “Non ho potuto pensare di abortire mentre sentivo dentro di me i calci del bambino”. Sentivo dentro di me. E’ tutto dentro il verbo “sentire” quel punto indistruttibile da cui parte la riscossa, quello scoglio che permette di non abiurare definitivamente alla parte più profonda e autentica di sé. Fin quando il nostro cuore e la nostra carne sono capaci di sentire la ferita che brucia, la ferita del proprio male e di quello altrui, fin quando il nostro cuore è ancora capace di avvertire la propria impotenza ad amare e lasciarsi amare, fino a quando può sentire la violenza della propria insufficienza allora non potrà evitare di aprirsi all’altro, allo sconosciuto. Per necessità, non per eroico moralismo. Invece, fino a quando continueremo a sentirci a posto, intatti; fino a quando continueremo a evitare lo sconcerto di non sapere, di non farcela, l’altro resterà sempre una minaccia, che, al massimo, in un lodevole sforzo della nostra volontà, potremo provare ad integrare. Cioè, potremo provare a renderlo uguale a noi. Senza riuscirci.

Per questo in questa Europa scassata, violentata, confusa ed impaurita, più che di una dottrina o di un nuovo ordine militare che ristabilisca l’ordine si sente l’estremo bisogno di un’educazione che aiuti ciascuno di noi a “sentirsi” integralmente, ad “avvertire” la propria mancanza e l’urgenza dell’altro per vivere. Solo con questo cuore grondante, proprio come quella mamma, si può davvero riconoscere che vivere e morire per la vita è più grande e più vero che vivere e morire per la morte.

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