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L'EX TERRORISTA/ Bignami: l'Isis va attaccato con la forza della misericordia

Abdelhamid Abaaoud, ucciso dalle forze speciali nel blitz di St Denis (Foto dal web) Abdelhamid Abaaoud, ucciso dalle forze speciali nel blitz di St Denis (Foto dal web)

Un modo certo per avere uno sguardo sincero sul mondo reale è quello di optare per gli ultimi e di guardarsi attorno con i loro occhi. Allora, ciò che appare è scevro da pregiudizi, da sovrastrutture ideologiche, da paure, e dietro alle molteplici realtà si cominciano a percepire i segni di un possibile nuovo esistente.

Il consenso costruito con le illusioni e la paura è solo la ricerca di una povera complicità, quella con chi teme che possa succedere anche a lui ciò che è toccato a noi. È una connivenza priva di pathos e fatta solo di egoistica premura, che porta a rabbiose rinunce e all'individuazione di capri espiatori buoni per tutte le stagioni. Non basta invitare a sottoscrivere che siamo tutti Parigi, bisognerebbe urlare, invece, che siamo tutti Beirut, tutti Ankara, e anche tutti Aleppo, forse persino tutti Raqqa, che siamo tutti quella povera gente che nulla c'entra con l'Is et similia e subisce la pena che noi patiamo e quella che noi somministriamo. Il problema non è tecnico e non si tratta di come gestire la paura o di come dosare il rapporto contradditorio tra sicurezza e libertà. Dobbiamo puntare alla compassione, che non è roba da sacrestia, ma la sostanza vera che ci fa uomini, perché scopriamo chi siamo relazionandoci con l'altro. Dobbiamo mirare alla solidarietà degli uomini liberi, che allarga e consolida i fronti di resistenza alla morte, alla mancanza di senso, al dominio del denaro che si autoriproduce, del feticcio delle merci che nasconde dietro al suo ghigno da idolo sanguinario relazioni sociali disumane, che penalizzano i tanti per la soddisfazione, peraltro del tutto effimera, dei pochi. Dobbiamo contrattaccare con la forza della misericordia, anch'essa un qualcosa che non sa di muffa, ma è virtù combattente, che rende capaci gli uomini di agire per il bene in ogni luogo, anche in quello più nefando e crudele. È un senso di comunione senza misura tra gli uomini che frantuma l'insolenza, che spezza la voglia manichea di dividere per sempre i buoni dai cattivi, e di abbandonare questi ultimi alla Geenna, che era poi la discarica in cui si bruciavano, per elementare bisogno d'igiene, i rifiuti di Gerusalemme. 

Nel 1987, ventotto anni fa, due anni prima della caduta del muro di Berlino, scrissi assieme a Sergio D'Elia un appello agli ultimi epigoni delle Brigate rosse che avevano ucciso a Roma, durante una rapina, due poliziotti. Era un appello ai "compagni assassini" perché interrompessero un agire ormai veramente incomprensibile, perché optassero per la vita e non per la morte. Ad un certo punto scrivevamo: "In quello che di loro appare, sperimentiamo di nuovo il peggio che portiamo in noi. Dobbiamo allora presumere, sperare, volere che la parte nascosta della loro umanità racchiuda anche il meglio del nostro cuore e della nostra anima, e che sia possibile farlo vivere anch'esso".