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L'EX TERRORISTA/ Bignami: l'Isis va attaccato con la forza della misericordia

Pubblicazione:lunedì 23 novembre 2015

Abdelhamid Abaaoud, ucciso dalle forze speciali nel blitz di St Denis (Foto dal web) Abdelhamid Abaaoud, ucciso dalle forze speciali nel blitz di St Denis (Foto dal web)

L'Isis è una organizzazione criminale a scopo di lucro, un'associazione a delinquere. Si denomina Stato Islamico così come le numerose altre formazioni che gestiscono le macroaree catastrofate, in Africa sub-sahariana per esempio, amano chiamarsi Fronti di liberazione di qualche cosa. Sono i veri Mondi di Mezzo, che mediano i flussi di scambio per conto terzi (petrolio, diamanti, metalli rari, reperti archeologici, droghe, schiavi), e le interfacce necessarie a dominare le masse delle zone periferiche, gli esclusi, quella percentuale crescente di popolazione mondiale ormai radicalmente superflua, che non produce e non consuma, e per la ragione economica è puro costo, puro rifiuto. 

Non hanno direttamente alcuno scopo politico, esprimendo in maniera paradigmatica l'irreversibile scomparsa di qualsivoglia autonomia della politica da una economia che ha piegato a sé, alle proprie astratte e automatiche necessità, tutte le altre sfere che assieme alla politica un tempo governavano ed esaltavano l'umano: il sociale, l'arte, il linguaggio, il simbolico, il trascendente. 

Sono però strumenti utili ad altri, che una pseudo finalità politica — misera, di brevissimo periodo e sempre sussidiaria all'economia — vorrebbero ancora esprimere. Nel caso dell'Isis, internamente i quadri del Ba'th e gli ufficiali e sottufficiali dell'esercito irakeno ai tempi di Saddam Hussein, per dirne una; esternamente, a scelta, le varie potenze regionali e le supposte potenze mondiali che, con sempre maggior dimestichezza, si danno al gioco del caos creativo e lì sperimentano senza rete la gestione di un possibile futuro generalizzato. Perché, per quanto si tenti di edificare un nuovo limes tra presunta civiltà e sicura barbarie, di separare un dentro da un fuori, non si può non accorgersi che tutto ciò è illusorio. Il nuovo limes assume i connotati di una rete che si ramifica ovunque. I muri, i valli che dovrebbero separare e proteggere il Mondo di Sopra da quello di Sotto sono sempre più vicini, tangenti le nostre mura di casa. Ci si accorge, anzi, che le frontiere altro non sono che il tentativo ingenuo di respingere all'esterno, il più lontano possibile, i veleni prodotti dalla nostra stessa logica interna. 

Non si può avere il pieno controllo di ciò che accade nel mondo, tanto più in un mondo globalizzato e liberalizzato, che consente di esportare capitali, merci, uomini, ma costringe ad importarne tutte le conseguenze. Questa pretesa, comprensibile ma tendenzialmente paranoica, è tragicamente illusoria e foriera di numerose disillusioni. Al massimo, potrebbe essere utile a mascherare per un momento, dietro a indubbie esigenze di sicurezza, la pragmatica costruzione di una società post democratica. 

Ciò che è possibile, invece, ciò che è doveroso se non abbiamo capitolato al generale processo di auto domesticazione della specie umana, è posizionarsi in questo mondo così da capirne le dinamiche, da percepirne le sofferenze, i bisogni, da afferrarne le possibilità di trasformazione positiva. 


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