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PAPA IN AFRICA/ Francesco "dona" il Giubileo agli sconfitti della storia

Papa Francesco apre a Bangui (Centrafrica) la porta santa (Foto dal web) Papa Francesco apre a Bangui (Centrafrica) la porta santa (Foto dal web)

A Bangui, diventata "capitale spirituale" per volere di Francesco, c'erano anche le mille altre città perse nell'odio e attraversate dalla sofferenza, tutti i paesi bisognosi di pace, amore e perdono. A Bangui c'era il mondo. E ce lo ha portato Francesco. Prima delle sue parole, del suo appello rivolto a tutti quelli che usano ingiustamente le armi a deporre gli "strumenti di morte", del suo invito, nella terra dove le strade sono presidiate dai caschi blu con i mitra in mano, e i quartieri squartati dalla follia fratricida, ad armarsi "della giustizia, dell'amore e della misericordia", c'era stato il suo arrivo, insperato. Solo per far comprendere quanto poco fosse scontato il viaggio nella Repubblica Centroafricana, la conferma è arrivata solo alla vigilia della partenza dall'Uganda, dopo una ridda di forse, se, ma, smentite e rassicurazioni, illazioni su chi e come avrebbe garantito la sicurezza del pontefice tanto pazzo da finire il suo primo viaggio africano nel bel mezzo di un macello di miliziani e bande criminali, sobillate e manovrate dall'esterno per depredare il cuore generoso e ricco dell'Africa. 

Al suo arrivo, all'aeroporto di Bangui, la tensione era palpabile, a proteggere Francesco c'erano le forze della Minusca, le forze integrate di stabilizzazione della Missione in Centrafrica, caschi blu provenienti da altri paesi africani, in particolare militari rwandesi. Faceva un certo effetto vedere i gendarmi vaticani con i giubbotti antiproiettile, dare istruzioni a ufficiali di diverse lingue, e poi il convoglio scortato da carri armati e camionette cariche di soldati, lungo l'arteria rossa che porta fino al centro della città, nel palazzo ammaccato della presidente del governo transitorio del paese, una donna che divide con il nunzio Franco Coppola e l'arcivescovo di Bangui, mons. Dieudonné Nzapalainga, il merito di questo viaggio improbabile. 

E' stata proprio lei, una mamma di tre figli, cattolica, a parlare a nome del popolo che acclamava festoso tra le baracche e il cordone di scout addestrato alla difesa dell'ospite. Lei a parlare per prima del viaggio del Papa come di una vittoria della fede sulla paura, del coraggio sull'incredulità, in un contesto in cui rinunciare sarebbe stato comprensibilissimo e per nulla disdicevole. Lei a chiedere l'unica cosa che la Repubblica Centrafricana, quella dei bambini e delle donne che abbiamo visto nelle strade, nelle parrocchie o nei campi profughi desiderano, una benedizione del Papa dei poveri e dei martiri. Una benedizione per un paese che vuole ricostruirsi e ricominciare a vivere, e che ha un'occasione subito, tra poche settimane, nelle prossime elezioni che si spera siano libere e trasparenti. Una carezza per lenire le ferite di molti anni bui, la forza per trovare la via del perdono reciproco e resistere alla tentazione dell'odio. E Francesco ha fatto tutto ciò che poteva e doveva per testimoniare che il Dio della Misericordia è un Dio che può tutto. E' arrivato in Centrafrica, mostrando che la potenza dell'amore non arretra di fronte a nulla. 

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