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Cronaca

ROBIN WILLIAMS/ Tra la bassa mantovana e Hollywood, la stessa solitudine

A Mantova un uomo di 88 anni ha ucciso il figlio disabile e poi si è impiccato. Se qualcuno non si piega verso di noi a prenderci per mano, ci restano solo "gesti folli". PAOLO VITES

Robin Williams (Infophoto)Robin Williams (Infophoto)

Tornare a casa, nella tua piccola casa di provincia tutte le sere e dare una carezza a quel figlio unico, atteso con amore come tutti attendono un figlio. Un paese di provincia, un lavoro onesto, una casa piccola ma tenuta con dignità. Un'immagine da cartolina, forse, ma reale, come reali sono le storie sconosciute e che non finiscono mai in prima pagina se non nel momento della tragedia. 

La tragedia inevitabile quando la solitudine diventa troppa. Un figlio avuto un po' tardi, a 37 anni di età, chissà qual è la storia di quest'uomo e di questa donna che comunque si sono voluti bene, lei quando si è sposata con lui di anni ne aveva 33. Il figlio che nasce cambia tutto: è tetraplegico, una malattia dannatamente dolorosa da accettare, per chi ne soffre e per chi è vicino. La paralisi del busto e di tutti gli arti. Una vita immobilizzata nel letto o sulla carrozzella, quando i genitori erano giovani e forti per accompagnarlo. Ma gli anni passano e si invecchia. Da soli. Lui adesso ha 88 anni, sono tanti, tutti passati accanto a quel figlio che invece di anni oggi ne ha 51. Lei, la mamma, 84 ed è ricoverata in ospedale per problemi di età. 

Quella mattina la casa sembra abbandonata: la moglie è in ospedale, il figlio come al solito a letto. I conti, se mai sono tornati o li ha sempre sopportati in silenzio nel dolore, non tornano più. A 88 anni quanto mi resta, pensa davanti alla solita tazza di caffè? E se mia moglie non torna più dall'ospedale? La solitudine. Inesorabile e insopportabile.

Si alza, va in camera del figlio, gli toglie il respiratore, gli mette dei cerotti sul naso e sulla bocca e lo lascia morire soffocato.

Poi va in balcone, ha una corda, preparata chissà da quanto tempo. Si impicca. La gente che passa davanti a quella casa silenziosa lo vede penzolare sul balcone. Chi lo dirà adesso alla mamma?

La solitudine arriva per vie misteriose, la cerchiamo o ci cade addosso. Chi conosce la storia di ognuno? Nessuno. E' nei cuori che si custodisce. Ma nessuno dovrebbe essere così solo da uccidere il figlio. "Ho fatto un gesto folle" lascia scritto, con lucidità e consapevolezza.

Ma la solitudine e la paura di non farcela più sono di tutti, stanno lì in un angolino del nostro cuore dove pensiamo di averle nascoste bene bene dalla nostra presunzione. Come il tappo di una bottiglia, prima o poi quell'angolino del cuore esplode. 


COMMENTI
05/11/2015 - Invisibili e visibili (Pierfrancesco Bernieri)

Caro Vites, spesso non ci accorgiamo neanche per quelli che amiamo, per i nostri più cari amici, per i nostri genitori, per i nostri figli. Perché diamo per scontato questi rapporti o per il fatto che verso un estraneo o un conoscente ci sentiamo inadeguati o incapaci. In tutto questo prevale in noi la misura verso noi stessi e verso gli altri. Questo dipende dal fatto che consideriamo la Vita non tanto come un dono della Creazione ma come sopravvivenza, magari avendo anche una militanza religiosa. Diventare angeli custodi del prossimo non è essere volontari per vocazione o ben disposti o empaticamente disponibili. Accorgersi del prossimo diventa come respirare quando dipendiamo da altro, quando il nostro cuore e la nostra testa sono liberi dall'esito dei rapporti che viviamo. Dal fatto che li possiamo salvare noi, che aggiustiamo o cerchiamo di farlo, la vita degli altri. Ripeto: perfino di chi amiamo. In un certo senso dipendiamo dall'invisibile, tanto per citare, perché è essenziale.

 
05/11/2015 - Quanti anziani si chiudono in sé stessi (claudia mazzola)

Sono stanchi, non è solitudine, non vogliono aver bisogno di nessuno. Ne incontro tanti nel mio quotidiano, è una fatica terribile strappare loro un sorriso. La cosa che sempre mi dicono: "è brutto diventare vecchi".