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PAPA IN AFRICA/ Quel grazie ai preti "peccatori"

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Papa Francesco (immagine dal web)  Papa Francesco (immagine dal web)

Quando successe fu un patatrac. Scoprii che ciò che tengo in odio – l'essere giudicato senza avermi incontrato – l'avevo reso io stesso ad altri, ai lupi della società: i bastardi, i cattivi, i delinquenti. Giudicati, scansando l'incontro con la vera-presenza di loro, delle loro storie, dei drammi cuciti addosso. D'allora, tutto come allora, con il medesimo terrore addosso: non dei lupi, ma d'aver sbagliato traiettoria. Incontratili per sbaglio – quegli sbagli che sanno sempre più d'agguati e d'imboscate personalizzate – non li ho più mollati. Alla loro scuola – che non è alla scuola dei loro reati – m'appassiona troppo la mia umanità che si va lavorando.

Quant'è stato sanante sentirmelo rinfacciare, davanti a tanti: "Che ce ne frega di un prete perfetto? A noi piace il don Marco vero". Mica in tanti me l'avevano detto: che piaccio loro peccatore, imperfetto, slabbrato. D'allora, tutto come allora, ad amarmi per come sono: traditore, peccatore, sognatore ferito, amante incostante, uomo in costruzione. A dirmi e a dire: "Ho peccato, mi sono innamorato, ho sbagliato, sono caduto, chiedo scusa, mi piange il cuore, ho frainteso". Libero di dire a me stesso "sei un peccatore", e altrettanto libero di sentirmi dire da Dio "Che m'importa? Torno a scommettere su di te, m'incuriosisce la tua umanità fragile e incantata". La parrocchia dei lupi oggi è la mia palestra d'umanità: là dentro, con loro, faccio le prove generali di ciò che, nel mondo dei liberi, mi vergogno assai di mostrare: con loro, invece, no. Mi esercito con loro, come quando ripassavo le pagine di storia con mia mamma da bambino: è bellissima la libertà di sapersi non più perfetti. Gente vera. Poi, uscito, non ci penso più di tornare come prima: rimango ferito anche fuori. E m'accorgo di piacermi di più, di sentirmi più uomo, meno dio, più gustoso. Ma quale lupo: a me, adesso, fan paura le pecore. Mica m'arrabbio con loro, però: lo ero anch'io prima d'abitare l'inferno.

Sono stato un privilegiato a piantare la tenda, in compagnia di Dio, nell'inferno. Lui con me, come Brunetto Latini con Dante: ad imparare «come l'uomo s'etterna». "Tu che vivi con i lupi non hai più paura di nessuno, allora" — m'ha detto un giorno un bambino tutto curioso. Solo di una cosa ho tanta paura: di tornare a sognarmi perfetto, di volermi sapere impeccabile, di sentirmi immune da qualsiasi errore. Non so il perchè di queste righe che ho scritto seduto nella panchina di un autogrill: chiedo scusa se mi sono confessato. Ho violato il segreto della confessione, quella mia, ma ci tenevo troppo a ripetermelo, vedendolo scritto: diventare uomini è saper rimettere in gioco ogni giorno le proprie convinzioni. Adesso, dunque, ricordo perchè avevo iniziato a scrivere. 


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