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PAPA IN AFRICA/ Quel grazie ai preti "peccatori"

Pubblicazione:martedì 1 dicembre 2015

Papa Francesco (immagine dal web) Papa Francesco (immagine dal web)

Quante volte mi sono sentito chiedere, magari dopo un incontro di quelli finiti con la maglietta madida di sudore: "Ma tutte queste storie che racconti, don Marco, te le inventi? Hai un sacco di fantasia". Storie che parlano di uomini, di donne, di bambini. Di sorrisi, di ferite, di lacrime. Storie che sanno di pane, tozzi di carne salata, briciole d'umano che sa di gusto. Ogni volta sempre la stessa risposta, da un paio d'anni a questa parte: "Non invento nulla, non ne ho bisogno. Vivo dentro un miscuglio di storie". Sono fortunato, lo so: da quando frequento i bassifondi dell'umanità, m'accorgo d'avere la residenza all'interno di un bacino idrico di storie: storie da novanta, vissute a trecento all'ora, storie andate fuori-strada. Mi basta raccoglierle, carezzarle, darci un tocco di lima con lo sguardo, un colpo di pialla col cuore, ed eccole: bellissime, perché vere, slabbrate, rincitrullite ancorché saporose. Ogni giorno: dal carcere al cielo, dal cielo al carcere. In mezzo tutto il resto che sa di umano.

"Odora di Cristo", mi dico spesso quando m'imbatto in qualcosa d'intricato. E mi sento perfettamente a mio agio nelle vesti di un postino: prendo una storia nell'inferno, me la metto in tasca e poi, la sera, la depongo nella memoria di qualcuno che incontro. Certamente: un postino di belle notizie, anche quando la bellezza se ne sta nascosta sotto un mucchio di sterpaglie, d'erbaccia. Allora sì che serve fantasia, anzi no: serve quell'amorosa passione che fece di un gabelliere come Levi uno stinco di santo di nome Matteo. Ai tempi di Cristo capitava questo, ai tempi miei: "Voglio proprio vedere come fai a toglierti da quest'imbarazzo, Cristo". Se la cava alla grande, quasi sempre sul filo del rasoio. In pieno tempo di recupero.

Maturano anche le nespole, signora. Lo disse il "prof" di greco a mia madre, sconsolata per quel sette in condotta ch'è rimasto il mio marchio di fabbrica: quello vero, autentico, scevro da qualsiasi ritocco. Sono maturate per davvero le nespole. Me lo sento addosso, lo vedo riflesso allo specchio la sera: "Come sei cambiato, non ti riconosco più, Marco", quasi mi dico con stizza. Col sorriso, tu, dentro una galera? Io, figlio di un Nord-Est splendido e recintato. Proprio io, uno di quelli "ficcateli in galera e gettate la chiave": per più di un lustro, per intere chiamate alle urne, a dar fiducia a quelli che adesso sono di Matteo Salvini, e prima ancora di altri.

A quale sole sono maturate queste nespole sempre-verdi? Nessun dubbio: al sole dell'incontro, dell'incontrarsi, dell'incontrarmi con me stesso. Un giorno il bambino intelligentissimo che sono sempre stato ha scoperto d'aver fondato il suo giudizio sulla letteratura-del-carcere, mica s'era degnato, principino qual era, d'azzardarsi d'incontrare il carcerato.  


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