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SENTENZA STASI/ Alberto in carcere per l'omicidio di Chiara Poggi: condannato dai fatti o dalla tv?

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Alberto Stasi (Infophoto)  Alberto Stasi (Infophoto)

Com'è assurdo, non solo colpevole, essersi accorti che Chiara indossava un pigiama con vistose impronte di sangue sul fianco, e solo grazie a una foto emersa dal nulla anni e anni dopo il delitto, perché le macchie in questione erano state cancellate da improvvide manovre di spostamento. Pe non dire della storia delle impronte sulla suola, delle famose scarpe da ginnastica, sparite, buttate chissà dove, e mai cercate fin dall'inizio. Pare che in quelle stanze, a confondere tracce e camminare su quel sangue versato, si siano individuate le impronte di oltre trenta paia di scarpe. Si fanno così le indagini?

In realtà, noi che non siamo arruolati nei Ris, che non mastichiamo di criminologia se non dai resoconti delle cronache nere, non dovremmo osare discettare di elementi probatori e inadempienze. Dovremmo fidarci di chi lavora per la giustizia, a vari livelli. Dovremmo non essere stati condizionati da decine e decine di puntate di talk show, in cui siamo stati catapultati a parteggiare per l'una o l'altra parte in causa, tutto vedendo e tutto conoscendo, di perizie, sfoghi, pettegolezzi, ritrattazioni, e il nero che affascina dovremmo accontentarci di leggerlo nei romanzo, o di vederlo nelle fiction tv.  

Ma se ci sono messinscene da prima serata e circhi da bar sui più drammatici crimini non dipende solo dall'ossessione giornalistica, che non è diversa da quando si confezionavano a mo' di feuilletton le prima pagine della Domenica del Corriere. Il problema è che girano troppi presunti esperti, che non si negano a un salotto o un'intervista, e troppi magistrati e avvocati e membri delle forze dell'ordine non tengono abbastanza la bocca cucita, almeno finché non hanno con scruplo svolto indagini, raccolto prove, mettendole sul piatto della giustizia. Che poi questa parola mi procura sempre disagio: in nome della giustizia si condanna a morte, in nome della giustizia si inventano leggi speciali che salvano alcuni e non altri, in nome della giustizia si è faziosi, si aiutano gli amici, si istiga al suicidio, e non sono sicura che il silenzio tombale di un carcere sia in nome della giustizia. Cioè, si fa quel che si può, siamo uomini e dunque la giustizia deve avere la g minuscola, non diventare un totem da elevare alla nostra reverenza. 

Dipende che giustizia è. E per essere accettabile, dev'essere mossa sempre dal principio di umiltà, fino al punto da assecondare quella dimenticata massima: se si lavora male, pasticciando, con ritardo, e non si è proprio sicuri sicuri, meglio un delinquente fuori che un innocente in galera. Anche se è terribile per le vittime e i loro familiari. Garlasco, Brembate, Avetrana, Cogne… quanti paesi sono diventati sinonimi di casi irrisolti, o risolti su prove indiziarie, con tempo inaccettabili e ribaltamenti inspiegabili?

Quanto ad Alberto Stasi, se è colpevole si è già condannato, da tempo. E il carcere potrà forse aiutarlo a riconoscere, riscaldare il suo sguardo, liberarlo dallo sforzo disumano di resistere nell'affermare il falso, negare ad oltranza l'atrocità che ha spezzato un amore, e la sua vita. Se ha fatto quel che ha fatto, verrà fuori, in una cella che non sia solo una fossa. Il perdono lo darà forse Dio, ma potrà pian piano imparare lui, a perdonarsi. 



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