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PAPA/ Ecco perché io, parroco in un carcere, non credo all'amnistia

Pubblicazione:mercoledì 16 dicembre 2015

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Per la giustizia dei tribunali ha pagato il conto, è a posto, può tornare in libertà: ma ha veramente risarcito e riscattato, a se stesso prima di altri, il suo passato? Una pena è stata scontata quando, scontandola, l'uomo ha compreso la gravitas del gesto compiuto, del male arrecato. 

In quest'ottica, profumano di cielo le prime parole di Francesco: «Valutare la possibilità di inserire nelle legislazioni nazionali pene alternative alla detenzione carceraria». Eccolo il vero segreto per il quale metterci la faccia, il cuore: far sposare la giustizia con la misericordia. Fare di tutto perché, mentre sconta la sua pena, il detenuto possa rimanere dentro la società che ha tradito. Isolarlo, sovente, è assai comodo: ci si vergogna così tanto di se stessi che starsene protetti dietro le sbarre diventa conveniente. La vera fatica è scontare la pena dentro la mischia, faccia a faccia, uomini con gli uomini. Solo così il detenuto può guardare in faccia la vera realtà; solo così la società ha l'occasione di cedere che quel bandito sta diventando diverso. 

Non ho mai creduto al motto che "vince chi fugge", perciò non credo all'amnistia. Credo nella rieducazione: quella che, senza sottrarre la responsabilità, insegna a scrutare il riscatto dentro la grana della prigionia. Tutelando vittime e carnefici.



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COMMENTI
16/12/2015 - Due esempi di buona detenzione (claudia mazzola)

Un mio amico finito in carcere è diventato geometra, si è sposato in chiesa ed ha avuto un bimbo. Ora è fuori! Ho visto in TV il concerto per il Papa dal carcere di Padova, uno spettacolo! L'amnistia ridà la libertà ma non la dignità.

 
16/12/2015 - L'esilio potrebbe essere una soluzione (Giuseppe Crippa)

Ho letto con grande interesse, stimolato dal titolo, l’articolo di don Marco Pozza, non trovandovi però alcun accenno a quali potrebbero essere le misure alternative al carcere. Personalmente sono contrario a qualunque misura che comporti costi aggiuntivi per la società e soprattutto che offra ai reclusi agevolazioni (per esempio nella ricerca del lavoro) che lo Stato non riesce ad offrire ai cittadini onesti e ritengo una ferita ulteriore a chi ha subito i delitti veder circolare liberi in prossimità delle proprie case chi ha danneggiato, magari irreparabilmente, le loro vite. Propongo quindi una misura molto semplice: l’esilio. Nei paesi che li accoglieranno saranno liberi di rifarsi una vita anche con le loro famiglie. Ma, per un tempo congruo che potrebbe anche essere senza fine nel caso di delitti gravi, non più qui con noi in Italia.