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LICIO GELLI/ Si arricchì con l'oro jugoslavo: ecco la vera eredità del grande Maneggione

Pubblicazione:giovedì 17 dicembre 2015

Licio Gelli (Foto dal web) Licio Gelli (Foto dal web)

C'è piuttosto da notare l'abilità di Gelli nel muoversi sul retroscena della fragilità democratica dell'Italia e la sua capacità di alimentare una grande sfiducia sulle istituzioni. Con l'obiettivo forse di mantenere una democrazia debole e poteri anarchici forti. Questo è quello che ottiene veramente Gelli, con la sua rocambolesca esistenza, pagando partiti, personaggi politici, inserendosi nel mondo della stampa, controllando di fatto il Corriere della Sera, ma nello stesso tempo favorendo ambigui "patti" con la concorrenza.

In realtà, Gelli si serve della politica per fare i suoi grandi affari, ama fare il "burattinaio" e screditare lo stesso potere politico. Era patetica la sfilata degli "uomini importanti" che sfilavano all'Hotel Excelsior e al bar Doney di Roma, in via Veneto. Tutti a chiedere favori al "venerabile", che in questo modo accumulava ricchezza e potere di ricatto, magari incamerando utili pettegolezzi, indiscrezioni e "scheletri nell'armadio" che un po' tutti avevano. Insomma, al "venerabile" piaceva che sapessero che "dietro le quinte" c'era uno che contava davvero. Ma in quanto a visione politica e a piani alternativi, Gelli ne capiva probabilmente poco e forse gli interessavano anche poco.

Chi ha indagato in controluce su Licio Gelli è stato un grande giornalista del Corriere della Sera, Gianfranco Piazzesi, che fu anche direttore del quotidiano fiorentino La Nazione. E' Piazzesi a svelare con un libro bellissimo, dal titolo La caverna dei sette ladri, che sembra una fiaba ma è del tutto vero, il lato più caratteristico di Gelli, il grande doppiogiochista che pensa ad arricchirsi e a esercitare il suo potere anarchico.

Piazzesi svela il segreto di uno dei grandi bottini del dopoguerra, il tesoro della Banca Jugoslava, trafugato da un treno-ospedale nel 1941. E' in realtà un treno carico di lingotti d'oro e l'operazione viene diretta da un personaggio di primo piano del fascismo, il generale Mario Roatta, ma anche da un "infermiere" che si chiama "Licino" Gelli. Alcuni vagoni di quel "treno d'oro" finirono su un binario morto a Trieste e alcune casse d'oro non si ritrovarono più. Si parla di una sessantina di casse.

Il seguito della storia è intrigante. Mentre Gelli comincia a depurarsi dal suo passato di fascista, diventa ricco e prende contatti con ambienti partigiani, si arriva alla fine del 1944, dove si parla addirittura di un incontro tra Gelli e Palmiro Togliatti, anche per discutere di qualche cassa d'oro. A proposito di questo, Piazzesi scriveva: "I politici del futuro non saranno mai credibili fino a quando non faranno un po' di trasparenza in un così assurdo passato".

I problemi si presentarono presto, non per Gelli, ma per Piazzesi. Da direttore della Nazione fece indagare un suo grande cronista, Giulio Giustiniani (poi vicedirettore del Corriere della Sera) sulla vita di Gelli. Giustiniani riuscì a ricostruire bene i passi e i passaggi del "venerabile" muovendosi a Pistoia e dintorni. Il risultato? Piazzesi fu licenziato in tronco e improvvisamente da direttore de La Nazione.


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