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Cronaca

ISIS IN ITALIA/ Mons. Pennisi: le armi non bastano, la vera "offensiva" è il dialogo

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In Europa c'è paura del mondo musulmano, perché esiste in Europa ancora poca conoscenza del fenomeno. La realtà islamica è tutt'altro che monolitica. Si tratta piuttosto di un mondo composito, un arcipelago. Occorre interrogarsi per esempio sul contrasto che oppone sunniti e sciiti.

 

Da dove partire, allora?

Bisogna riprendere il dialogo, di cui la Sicilia è stata un esempio. Si tratta di dare una risposta di natura culturale che passa dal dialogo e dalla convinzione che non bisogna confondere un'intera religione con i terroristi e i terroristi con un'intera religione. La vera minaccia non è l'islam, ma l'odio generato dall'ignoranza reciproca. Per questo, come ha suggerito il card. Angelo Scola, l'Unione Europea farebbe bene a promuovere, nelle principali università del mondo arabo, cattedre di studi europei, di relazioni euro-islamiche e anche di cristianesimo, laddove è ancora possibile, come in Giordania. 

 

Ma su cosa può fondarsi questo dialogo, visto che questi due mondi sembrano così lontani?

Bisogna dare visibilità alla condivisione dei valori comuni tra le religioni soprattutto fra le tre religioni monoteistiche. Il dialogo è possibile a partire dalla coscienza della propria identità e dal riconoscimento delle differenze. Occorre saper pensare alla propria identità religiosa non come un tabù ed un ostacolo, ma come una risorsa ed una ricchezza. Infatti, può dialogare chi è padrone di sé, consapevole della propria identità, chi ha conquistato certezze ed ha disponibilità a confrontarle con quelle altrui… In questo senso, si tratta di evitare sia le xenofobie sia gli irenismi acritici e di percorrere la via indicata dal Concilio Vaticano II col dialogo interreligioso, tenendo presente che con l'islam e l'ebraismo il cristianesimo ha un rapporto privilegiato.

 

Rimane il fatto che c'è un groviglio quasi inestricabile tra religioni, fedi e violenze.

Proprio questo intreccio suscita uno degli interrogativi che più mi interpella dopo le stragi di Parigi, in primo luogo in rapporto all'islam e poi, in generale, rispetto a ogni credo, religioso o meno. Sono d'accordo su una cosa: dobbiamo smettere di dire che non c'entrano. Il linguaggio dei jihadisti è intessuto di riferimenti al sacro: alla radice della disponibilità alla morte dei giovani attentatori suicidi, incredibile e inspiegabile ai nostri occhi, c'è questa fede. Da questo linguaggio emerge anche il rifiuto di distinguere il civile e il politico dal religioso: il giudizio radicalmente negativo sulla società occidentale viene argomentato a partire dalla fede.

 

Ma a queste condizioni è difficile capire queste persone. Che ne pensa?

Per le nostre categorie è un discorso quanto meno arcaico, così come è inaccettabile che ci chiamino crociati o che la Francia, il Paese della laicità, sia indicata come quella che porta «la bandiera della croce». Sono parole di un mondo davvero lontano dal nostro, in cui la religione è la base integrante della vita personale, delle dinamiche sociali e dei processi istituzionali, senza alcuna distinzione tra i diversi piani. 

 

Eppure questo discorso fa molta breccia su tanti cuori europei.