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GIUBILEO IN CARCERE/ Quella misericordia fra uomini fatti di ferro e di cemento

Don Marco Pozza con il vescovo di Padova, monsignor Claudio Cipolla (Foto d'archivio) Don Marco Pozza con il vescovo di Padova, monsignor Claudio Cipolla (Foto d'archivio)

Enrico, Alfredo, Armando, Gaetano: le porte strette della vita, quelle larghe della fede e della misericordia

Enrico non è potuto tornare in carcere per l'apertura della Porta Giubilare: l'ha seguita in streaming dalla canonica della parrocchia di Campodarsego, poco lontano dalla casa circondariale padovana dei Due Palazzi. Quando si è aggravato — alcuni mesi fa, di un male serio — gli è stato consentito di uscire: e ha trovato accoglienza da don Leopoldo e dai suoi parrocchiani. Che ieri mattina occupavano metà della cappella parrocchiale dei Due Palazzi, assieme a molti detenuti, agenti, magistrati, amici del cappellano don Marco. Ma Enrico era più che presente, quando ieri don Claudio — il vescovo di Padova, da tre mesi vescovo anche di Enrico — ha aperto la Porta Giubilare, una delle quattro della Diocesi. Una porta di sicurezza di un carcere, dove neppure l'ingresso della cappella può fare eccezione; anche se una porta perfettamente ridisegnata per rammentare — essere — la Porta di San Pietro. Enrico, ha raccontato don Leopoldo dopo la liturgia dell'apertura e la Messa, la sua porta l'ha già varcata: quando è uscito dalla cella ed è entrato nella sua casa di Campodarsego. Dove tutti ora ringraziano di avere un nuovo parrocchiano e non vorrebbero andasse più via. C'è molta gente che varca la porta della canonica per andare a fare due chiacchiere con lui, "che ha la parola giusta con tutti".

Alfredo — il sacrista della cappella e ora guardiano della Porta Giubilare — ha ricevuto da don Claudio una copia del diploma che ricorderà la giornata di ieri. Quando, dopo la messa, racconta la sua storia, tutti capiscono il perché di un piccolo-grande privilegio. E' stato un rapinatore seriale negli anni 70, era legato alla quasi leggendaria Mala del Brenta, ha fatto dentro e fuori dal carcere fino a quando un pentito lo ha ha messo in guai peggiori di quanto meritasse. E' fuggito in Colombia, ma in quasi vent'anni di latitanza non ha mai fatto il "narco": ha fatto il lavapiatti e il cameriere. Ha trovato moglie, ha messo al mondo tre figli, ha cominciato a vedere la vita in modo diverso fino a quando Cristo gli ha parlato nel volto del suo primogenito: cui non andava giù di non poter portare il cognome del padre. Perché? Alfredo ha prima trovato il coraggio di spiegargli tutto (anche di non essere un assassino) e poi quello di volersi costituire: tornare in Italia, scontare la pena per poter dare alla sua famiglia nome e cittadinanza. Ai Due Palazzi ha ritrovato vecchi compagni di malavita: i primi a dargli del matto — o peggio — per aver voluto tornare dietro le sbarre. A cercare qualcosa che, oltre a "libertà", dall'8 dicembre ha il nome di "misericordia".

Armand, invece, è albanese. E' nato quando ancora a Tirana c'era la dittatura comunista, è fuggito in Grecia, è approdato in Italia, è risalito fino al Veneto: dove ha trovato dei parenti, ma anche una banda di giostrai. Che gli ha indicato una scorciatoia per il suo gioco preferito: le auto truccate. Buone per divertirsi, per fuggire alla polizia dopo un colpo, per fare incidenti spettacolari da cui uscire vivi per miracolo: e finire poi in carcere. Lì vede gente che va alla messa cattolica e poi sorride, sta bene. E' attratto soprattutto dal rito dell'eucaristia e un giorno si comunica anche lui: e anche lui, dopo aver ricevuto "quel pezzetto di pane", "sta meglio". Poi ovviamente lo dice al cappellano, aspettandosi qualche obiezione alla nuova scorciatoia. Invece il commento è solo: "La prossima volta prima confessati", cioè "entra veramente nella nostra comunione di fede". Da allora la comunità cristiana del carcere non lo molla più: fino al battesimo, nel maggio scorso, con i suoi familiari fatti venire ritrovati e fatti venire appositamente.

Gaetano si vede che è quello che fa più fatica a parlare ma chi lo ascolta non fatica a intuire il perché: sta scontando un "ergastolo ostativo", è detenuto di massima sicurezza, si è fatto perfino un periodo di 41-bis. "Ero in una cella vuota — racconta seduto a fianco di don Claudio — dove non si ha nulla e non si vede nessuno, mai. Di buono, con me e dentro di me, avevo solo le preghiere che avevo imparato a Poggioreale, da una suora che mi aveva strappato alla disperazione e agli psicofarmaci". Anche adesso, dietro sbarre ancora formalmente destinate a non aprirsi mai, il dolore è forte, quotidiano: è la notizia di un padre che sta morendo e non si potrà neppure ricordare al funerale. E' il sapere che c'è una famiglia con cui — oggi — è inimmaginabile qualsiasi ritorno alla "comunione". Eppure — ed è lui che lo dice a don Claudio — la speranza nella misericordia è viva. Quella porta appena aperta dal suo vescovo per desiderio di Papa Francesco è ancora aperta, è sempre aperta.

(Antonio Quaglio)

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