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Cronaca

TE DEUM/ Simeone e Agostino, il tempo e la promessa

L'anno volge al termine e prevale la gratitudine per la vita donata nei dodici mesi passati e il bisogno di unire la propria voce a quella della Chiesa nel canto del Te Deum. LAURA CIONI

V. Carpaccio, Agostino nello studio (1502) (Immagine dal web)V. Carpaccio, Agostino nello studio (1502) (Immagine dal web)

L'ora del tramonto si avvicina e anche questo ultimo giorno dell'anno finisce nella sera. La città è più silenziosa del solito e il freddo invita a non uscire di casa. Ma prevale la gratitudine per la vita donata nei dodici mesi passati e il bisogno di unire la propria voce a quella della Chiesa nel canto del Te Deum. Alla ricerca di un aiuto per riflettere sul tempo trascorso e su quello che verrà, apro a caso le Confessioni di sant'Agostino e gli occhi si fermano su un passo del libro quarto, in cui il vescovo di Ippona ricorda il lungo dolore provato in gioventù per la morte del suo più caro amico. Non trova pace e la sofferenza acuisce le domande alle quali non sa rispondere: "La mia anima mi opprimeva sotto un pesante fardello d'infelicità. Per guarirla avrei dovuto sollevarla verso di te, Signore, lo capivo, ma non capivo né valevo tanto, e ancora meno perché non eri per la mia mente un essere consistente e saldo, ossia non eri ciò che sei".

Non eri ciò che sei: che sguardo sull'umanità del Verbo, sulla vita misteriosa di Dio, un essere consistente e saldo. Come può accadere che Egli diventi per noi ciò che è? Grande mistero, quello della libertà del Creatore e della creatura. Ad Agostino serviranno molti e molti anni, ma egli qui sembra presagire qualcosa che ai suoi maestri non era ancora chiaro. Poco sotto scrive: "Il tempo non è inoperoso, non passa oziosamente sui nostri sentimenti. Agisce invece sul nostro animo in modo sorprendente. Ecco, veniva e trascorreva di giorno in giorno, e venendo e trascorrendo insinuava dentro di me nuove speranze, nuovi ricordi con paziente restauro".

Pur avvertendo la parziale verità delle parole dei classici, il giovane Agostino non si attarda sul tempus edax, il tempo ingordo, che divora ogni evento e ogni affetto; intriso ed amante della cultura di Roma, anche lui sensibile per indole a percepire la vanità delle cose, non consente del tutto ad ammettere l'irrimediabile fuga del tempo, non si arrende alla saggezza stoica ed epicurea. Ancora lontano dalla fede, si accorge del mutamento che il tempo opera nell'intimo della sua coscienza, che esso non passa come acqua sul vetro, facendo scomparire il passato e velando di malinconia il presente. Il tempo agisce per il bene, costruisce dai frammenti un nuovo restauro, lavora come docile strumento nelle mani del Padre. In un grande dolore Agostino scopre insomma la bontà del tempo che passa.

E così è anche per il vecchio Simeone. Tutto il tempo della sua vita era passato ad attendere il Messia e lo Spirito Santo gli aveva promesso che non sarebbe morto senza averlo visto. Al tempio gli viene incontro una giovane coppia di sposi, con il loro bambino. Il vecchio lo prende tra le braccia, tremando di gioia. La promessa del lungo tempo della sua vita è compiuta.

Ora lascia, o Signore, che il tuo servo
vada in pace secondo la tua parola;
perché i miei occhi han visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli,
luce per illuminare le genti
e gloria del tuo popolo Israele.

La lunga ricerca del giovane e la lunga attesa del vecchio sono state premiate. Per entrambi il tempo ha scavato la possibilità di incontrarlo come è, tenace vigore di tutte le cose.

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