BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

DETENUTI PICCHIATI IN CARCERE/ Qual è il "segreto" per restare uomini?

Pubblicazione:sabato 5 dicembre 2015

Infophoto Infophoto

A stupirmi è lo stupore di chi ancora si stupisce delle nefandezze perpetrate nel silenzio delle patrie galere. Dopo il reato di tortura — con il quale l'Europa ha sanzionato l'Italia per il trattamento inumano che riserva nelle sue carceri — cosa potrà diventare cagione di stupore? Oltre la violazione della dignità, rimane solo la morte, la violazione stessa del diritto alla vita. Quelle morti che, dentro le carceri, rimangono troppo spesso dei pensieri in sospeso, dei conti-che-non-tornano. Sembra cosa assai paradossale: nella patria del diritto, il trattamento dell'umano pare essere una cosa che va davvero storta, che sembra essere proprio foresta alle logiche più elementari. Perché di logica elementare si tratta, quella stessa che quando manca partorisce affermazioni dislessiche come "Le botte? Con questi metodi noi abbiamo ottenuto risultati straordinari". Parole che non sono un insulto al buon senso, bensì all'intelligenza umana. Quella che se non c'è, fa la differenza.

Anche quando c'è.

Parole, quelle intercettate dal detenuto e pubblicate ieri da Repubblica, che tratteggiano una realtà che è sotto gli occhi di tutti: il carcere, luogo che per sua natura dovrebbe essere un laboratorio di ricostruzione, il più delle volte si mostra come un luogo di decostruzione di quel poco ch'era rimasto, magari dopo un gesto delittuoso. Rimettere mano ad una strada slabbrata non è mai affare semplice, eppure tentare si deve, è necessario: nonostante tutto, in condizioni quasi impossibili, al limite della sopportazione. Chi decide di investire la sua vita in quella terra-di-mezzo che è una galera, sa che non si tratta di fare il sacrista in un convento di novizie. Per questo il senso dell'umano dovrebbe eccellere, il rispetto della Costituzione essere il fondamento di uno stile, l'uomo una scommessa non solo da correre ma che, addirittura, si può portare a casa. Gli agenti di polizia, spesse volte, lavorano in condizioni pietose: non sono gli unici, però, a farlo. Nemmeno i volontari trovano sempre giornate d'oro per ricostruire l'umano, a volte anche a causa di un'ostilità voluta, sponsorizzata. L'inadeguatezza delle condizioni, però, non giustifica l'inadempienza dello stile. Di una maleducazione del pensiero, delle gesta, dell'umanità. Di un tradimento della propria presenza: Despondere spem munus nostrum ("Dispensare la speranza è la nostra missione") è il motto che campeggia sotto lo stemma della Polizia Penitenziaria. L'esatto contrario del diffondere la speranza con la violenza.

Arrendersi, dunque? Nemmeno il minimo dubbio: nel nome dell'onestà che "non tutti sono così". Sono proprio quelli-rimasti-umani a firmare la condanna dei loro colleghi: con la disapprovazione quando capitano certi eventi, con l'amarezza di vedere denigrato un intero corpo di polizia, con la constatazione che il gustoso, alla lunga, varrà più del disgustoso. Lo leggo nei loro occhi, negli occhi dei miei agenti-angeli, nelle parole di chi, pur con la divisa, rimane uomo appieno. Anche con la forza della denuncia di chi, pur libero, sa leggere l'angelico anche quand'è nascosto sotto la pelle dell'animalesco.  


  PAG. SUCC. >

COMMENTI
05/12/2015 - La misericordia è per tutti? (Giuseppe Crippa)

C‘è comprensione – misericordia – per tutti ma non per qualche professione (poliziotti e guardie carcerarie per esempio)… Comprensione non significa ovviamente impunità - un'inchiesta ed un processo sono doverosi - ma non l’emissione sui giornali di giudizi impietosi come “traditori e incolti” nei confronti di persone che potrebbero essere invece soltanto esasperate perché continuamente irrise e provocate. PS: Le intercettazioni non rendono onore a chi le fa e a chi le diffonde mentre non ledono l'onore di chi ne è vittima, sempre e in ogni caso.