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FECONDAZIONE/ Si fa impiantare embrioni del marito morto: ma non chiamatela felicità

Pubblicazione:mercoledì 11 febbraio 2015

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Giuridicamente il tribunale civile di Bologna ha svolto a pieno titolo il suo dovere garantendo ad una donna, cinquantenne e di Ferrara, l'impianto degli embrioni prodotti nel 1996 dal suo defunto marito e da allora crioconservati in laboratorio: ha infatti interpretato la normativa vigente e si è pronunciato favorevolmente per un intervento che — come sostengono le associazioni pro choice — permette alle donne di vedere riconosciuto il loro diritto ad accedere effettivamente alla fecondazione assistita. 

Ma, al di là dell'ennesima partita legale e politica che si gioca attorno a questa sentenza, la domanda che forse deve interessare di più è un'altra e riguarda il contenuto della parola "felicità". 

Ogni persona, si dice, deve avere la libertà di essere felice come meglio crede e un pronunciamento di questo tipo, certamente, contribuisce alla felicità di questa donna. D'altronde, sostengono i più, che cosa si sarebbe dovuto fare? Eliminare quegli embrioni? Gettarli come si getta l'immondizia di casa? 

Eppure tutte queste domande, benché legittime, aggirano il vero problema: quand'è che un uomo, o una donna, sono realmente felici? Oggi la felicità sembra ruotare attorno a tre verbi: avere, disporre e ottenere. L'uomo è felice quando ha quello che vuole, quando ne può disporre liberamente e quando ottiene dagli altri — e nella fattispecie dalla comunità civile — il riconoscimento del suo diritto ad avere e a disporre. La felicità, pertanto, è la piena soddisfazione dei propri desideri, è l'eliminazione di ogni bisogno, di ogni confine e di ogni negazione, al punto che bisogno, confine e negazione sono le parole contro le quali qualunque cultura evoluta cerca di lottare per progredire e prosperare. 

Poco importa che la crescita dell'Io avvenga solo grazie ai bisogni che urgono, grazie ai confini che arginano e grazie alle negazioni che mettono in discussione il capriccio del singolo riportandolo nel contatto con la realtà stessa. Ciò che oggi conta è che tra il desiderio del singolo e le cose ci sia una prateria dove l'uomo possa correre per raggiungere, in qualsiasi momento e in qualunque modo, l'oggetto desiderato. Il dolore, la mancanza e il limite sono vissuti come dei veri e propri handicap cui liberarsi già dalla tenera età: al bambino, in effetti, non deve mancare nulla, non deve essere impedito nulla e non deve fare alcuna difficoltà. 

Anche i novelli sposi vivono dentro questa pretesa: avere tutto, disporre di tutto, pretendere che gli altri li sostengano e li promuovano in tutto. Le nostre giornate sono schiave della smania di "essere riempite" e ossessionate dalla paura di "essere ostacolate", così che il marito che non è come piace a noi, la suocera che è da accudire o i figli che esigono troppo diventano, automaticamente, i nemici del nostro stesso cammino umano, della nostra felicità. 


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COMMENTI
11/02/2015 - Embrioni (Carla D'Agostino Ungaretti)

Ha ragione, cara Signora Claudia! Oggi avere figli è considerato un diritto da soddisfare a qualunque costo e non ci si rende conto che si sfiora la follia pura.

 
11/02/2015 - Io sono felice quando sto bene (claudia mazzola)

E quando sto bene? Difficile dirlo, dipende dalle circostanze e dall'attimo presente. Di sicuro so una cosa: da quando ho incontrato lo sguardo di Gesù sono molto più contenta nonostante non abbia avuto figli.