BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

FECONDAZIONE/ Si fa impiantare embrioni del marito morto: ma non chiamatela felicità

Il tribunale civile di Bologna ha garantito ad una donna, cinquantenne di Ferrara, l'impianto degli embrioni prodotti nel 1996 dal suo defunto marito. Il commento di FEDERICO PICHETTO

Infophoto Infophoto

Giuridicamente il tribunale civile di Bologna ha svolto a pieno titolo il suo dovere garantendo ad una donna, cinquantenne e di Ferrara, l'impianto degli embrioni prodotti nel 1996 dal suo defunto marito e da allora crioconservati in laboratorio: ha infatti interpretato la normativa vigente e si è pronunciato favorevolmente per un intervento che — come sostengono le associazioni pro choice — permette alle donne di vedere riconosciuto il loro diritto ad accedere effettivamente alla fecondazione assistita. 

Ma, al di là dell'ennesima partita legale e politica che si gioca attorno a questa sentenza, la domanda che forse deve interessare di più è un'altra e riguarda il contenuto della parola "felicità". 

Ogni persona, si dice, deve avere la libertà di essere felice come meglio crede e un pronunciamento di questo tipo, certamente, contribuisce alla felicità di questa donna. D'altronde, sostengono i più, che cosa si sarebbe dovuto fare? Eliminare quegli embrioni? Gettarli come si getta l'immondizia di casa? 

Eppure tutte queste domande, benché legittime, aggirano il vero problema: quand'è che un uomo, o una donna, sono realmente felici? Oggi la felicità sembra ruotare attorno a tre verbi: avere, disporre e ottenere. L'uomo è felice quando ha quello che vuole, quando ne può disporre liberamente e quando ottiene dagli altri — e nella fattispecie dalla comunità civile — il riconoscimento del suo diritto ad avere e a disporre. La felicità, pertanto, è la piena soddisfazione dei propri desideri, è l'eliminazione di ogni bisogno, di ogni confine e di ogni negazione, al punto che bisogno, confine e negazione sono le parole contro le quali qualunque cultura evoluta cerca di lottare per progredire e prosperare. 

Poco importa che la crescita dell'Io avvenga solo grazie ai bisogni che urgono, grazie ai confini che arginano e grazie alle negazioni che mettono in discussione il capriccio del singolo riportandolo nel contatto con la realtà stessa. Ciò che oggi conta è che tra il desiderio del singolo e le cose ci sia una prateria dove l'uomo possa correre per raggiungere, in qualsiasi momento e in qualunque modo, l'oggetto desiderato. Il dolore, la mancanza e il limite sono vissuti come dei veri e propri handicap cui liberarsi già dalla tenera età: al bambino, in effetti, non deve mancare nulla, non deve essere impedito nulla e non deve fare alcuna difficoltà. 

Anche i novelli sposi vivono dentro questa pretesa: avere tutto, disporre di tutto, pretendere che gli altri li sostengano e li promuovano in tutto. Le nostre giornate sono schiave della smania di "essere riempite" e ossessionate dalla paura di "essere ostacolate", così che il marito che non è come piace a noi, la suocera che è da accudire o i figli che esigono troppo diventano, automaticamente, i nemici del nostro stesso cammino umano, della nostra felicità. 


COMMENTI
11/02/2015 - Embrioni (Carla D'Agostino Ungaretti)

Ha ragione, cara Signora Claudia! Oggi avere figli è considerato un diritto da soddisfare a qualunque costo e non ci si rende conto che si sfiora la follia pura.

 
11/02/2015 - Io sono felice quando sto bene (claudia mazzola)

E quando sto bene? Difficile dirlo, dipende dalle circostanze e dall'attimo presente. Di sicuro so una cosa: da quando ho incontrato lo sguardo di Gesù sono molto più contenta nonostante non abbia avuto figli.