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Cronaca

RISPOSTA AGLI ESTREMISTI / Julian Carrón: la sfida del vero dialogo dopo gli attentati di Parigi

Julián Carrón, Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, ha scritto un articolo pubblicato oggi dal Corriere della Sera sugli attentati di Parigi, ecco di cosa si tratta

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Caro direttore, si è parlato molto dei fatti di Parigi, da quando sono accaduti. Nessuno ha potuto evitare un contraccolpo di smarrimento o paura. Le molte analisi hanno offerto spunti di riflessione interessanti per capire un fenomeno così complesso. Ma un mese dopo, quando il tran tran della vita quotidiana ha preso di nuovo il sopravvento, che cosa è rimasto? Che cosa può impedire che questi fatti, pur così sconvolgenti, siano rapidamente cancellati dalla memoria? Per aiutarci a ricordare occorre scoprire la vera natura della sfida che gli attentati di Parigi rappresentano. 

Noi europei abbiamo ciò che i nostri padri hanno desiderato: un’Europa come spazio di libertà, in cui ciascuno può essere ciò che vuole. Così il Vecchio Continente è diventato un crogiuolo di culture, religioni e visioni del mondo le più diverse. 

I fatti di Parigi documentano che questo spazio libero non si preserva da sé: può essere minacciato da chi teme la libertà e vuole imporre con la violenza la propria visione delle cose. Che risposta dare a una simile minaccia? Occorrerà difendere quello spazio con tutti i mezzi legali e politici, a partire dal dialogo con i Paesi arabi disponibili a impedire un disastro che danneggerebbe anche loro e da una adeguata cornice giuridica che garantisca un’autentica libertà religiosa per tutti. Ma ciò non basta, e la ragione è ovvia. Gli esecutori della strage di Parigi non vengono da oltre i confini, sono immigrati di seconda generazione, nati in Europa, istruiti e formati come cittadini europei, come moltissimi altri che da tempo vivono nei nostri Paesi. È un fenomeno in fieri, in virtù dei costanti flussi migratori e della crescita demografica delle popolazioni che giungono qui da tutte le parti del mondo, spinte da disagi e povertà. 

Per questo il problema è anzitutto interno all’Europa e la partita più importante si gioca in casa nostra. La vera sfida è di natura culturale e il suo terreno è la vita quotidiana. Quando coloro che abbandonano le loro terre arrivano da noi alla ricerca di una vita migliore, quando i loro figli nascono e diventano adulti in Occidente, che cosa vedono? Possono trovare qualcosa in grado di attrarre la loro umanità, di sfidare la loro ragione e la loro libertà? Lo stesso problema si pone in rapporto ai nostri figli: abbiamo da offrire loro qualcosa all’altezza della domanda di compimento e di senso che essi si trovano addosso? In tanti giovani che crescono nel cosiddetto mondo occidentale regna un grande nulla, un vuoto profondo, che costituisce l’origine di quella disperazione che finisce in violenza. Basti pensare a chi dall’Europa va a combattere nelle file di formazioni terroristiche. O alla vita dispersa e disorientata di tanti giovani delle nostre città. A questo vuoto corrosivo, a questo nulla dilagante, bisogna rispondere. 

Di fronte ai fatti di Parigi è sterile la contrapposizione in nome di un’idea, pur giusta. Abbiamo imparato, dopo un lungo cammino, che non c’è altro accesso alla verità se non attraverso la libertà. Perciò abbiamo deciso di rinunciare alla violenza che pure ha segnato momenti della storia passata. Oggi nessuno di noi coltiva il sogno di rispondere alla sfida dell’altro con l’imposizione di una verità, qualunque essa sia. Per noi l’Europa è uno spazio di libertà: che non vuol dire spazio vuoto, deserto di proposte di vita. Perché del nulla non si vive. Nessuno può stare in piedi, avere un rapporto costruttivo con la realtà, senza qualcosa per cui valga la pena vivere, senza una ipotesi di significato.