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Cronaca

SCHETTINO & FRANZONI/ A che serve la galera?

Sentenze apparentemente senza senso, sentenze che vengono stravolte con motivazioni che non capisce nessuno. MONICA MONDO riflette sui casi Schettino e Franzoni

Annamaria Franzoni (Infophoto)Annamaria Franzoni (Infophoto)

Schettino condannato a sedici anni, e un mese di arresto. Mio figlio, che non è più un bimbetto, ieri sera chiedeva dubitoso che voleva dire. In effetti, è una sentenza che crea sconcerto. Quei 36 morti della Concordia, sono colpa sua o no? Pare di sì. Merita il carcere? Pare di sì. Però ha ancora il suo passaporto, attende a casa sua le sentenze successive, con quel codicillo inquietante, per cinque anni non può più comandare una nave. Perché dopo sì? 

Io non comprendo la giustizia vendicativa, soprattutto quando ci sono delle vittime: nessuna pena può risarcire  il dolore, e ai familiari è magra consolazione sapere che i colpevoli sono in carcere, quando si tratta di assassinio. Quando si tratta di cretini, ancor meno. Schettino è ad ogni evidenza un cretino, e probabilmente la galera funzionerebbe solo per mettere a tacere la sua tronfia stupidità, per intimorire la sua goffa pretesa di essere capito e assolto. Un giudice veritiero l’ha affidato a Dio, perché dagli uomini nessuna assoluzione morale è possibile. Ma al di là dei qualche mese di solitudine, freddo e paura, a scopo silenziatorio, davvero la galera è utile nel suo caso? Davvero può redimerlo? Riabilitarlo agli occhi del mondo? Non credo. Resterebbe un cretino solo un po’ meno abbronzato, ci toccherebbe pure mantenerlo. Perché non sia più pericoloso, se ne stia fuori, basta che non salga mai più su una nave. Basta che paghi, che risarcisca economicamente, per quanto può, il male fatto, e se non può che lavori per questo. 

Abbiamo bisogno di servizi socialmente utili, in tutti i campi: teniamolo lontano dalle umane genti, e affidiamogli la raccolta differenziata o la cura dei giardinetti, finché la vecchiaia non lo impedisca. Altro che pensare prima o poi a riportarlo su una nave. Senza passaporto, of course: ci manca solo che lo si ritrovi su qualche yacht privato, esule su qualche spiaggia dorata a proporre interviste sulle pagine gossippare.

Ma sempre di oggi è un’altra notizia sconcertante: la Franzoni, protagonista del dramma di cronaca più discusso e studiato dei nostri anni, era stata scarcerata, poteva seguire agli arresti domiciliari la sua cura psichiatrica. Il Tribunale di sorveglianza li aveva concessi, la Procura ricorre in cassazione per il suo ritorno in carcere. Inebetiti, ci domandiamo se a Bologna i giudici non si parlino mai, non siamo in grado di comunicare, di stabilire una linea comune. Se è pericolosa, se è meglio che sia rinchiusa alla Dozza perché permetterle di tornare in famiglia a sei anni dalla reclusione? Di anni gliene sono comminati sedici. Se non può più nuocere, e la sua famiglia è in grado di custodirla, perché riportarla in prigione? Serve a lei, a quei poveri figli già così tramortiti dalla doppia tragedia, alla necessaria dimenticanza di un caso che troppo è stato mediaticamente sfruttato?