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DOPO COPENHAGEN/ L'orrore del vuoto e il rischio della libertà

Pubblicazione:lunedì 16 febbraio 2015

A Copenhagen, su luogo dell'attentato (Infophoto) A Copenhagen, su luogo dell'attentato (Infophoto)

A Copenhagen con l'attacco prima a un dibattito al Krudttøenden café su arte e libertà d'espressione, dove era presente un disegnatore inviso all'islam per le sue vignette satiriche, e poi il giorno successivo a una sinagoga, si è replicata, alcune settimane dopo, la vicenda di Charlie Hebdo a Parigi. Ancora due morti; e feriti. Non è chiaro se vi sia un collegamento tra l'attacco al café e l'attacco alla sinagoga. Certo è che scansione temporale e tipologia degli obiettivi ci rendono la stessa scena parigina: prima l'attacco alla satira "blasfema" che ha offeso Maometto, e poi, a distanza ravvicinata, l'azione contro la comunità ebraica. 

E questo nel cuore dell'Europa, a ricordarci — se mai ve ne fosse stato bisogno, come ha scritto Julián Carrón sul Corriere della sera — che lo spazio di libertà, di tolleranza, di incontro tra culture che l'Europa è diventata, dopo il setaccio della storia di approcci purtroppo diversi alla convivenza tra uomini, popoli, fedi e culture che per secoli anche noi europei abbiamo avuto, «non si preserva da sé: può essere minacciato da chi teme la libertà e vuole imporre con la violenza la propria visione delle cose». 

Una minaccia che non si alimenta solo dall'esterno, e a cui si può far fronte, nei limiti del possibile, con un dialogo politico serrato e stringente con i paesi arabi interessati quanto noi a sottrarsi alla minaccia terroristica del fondamentalismo islamico, impegnata a destabilizzarli. Ma che purtroppo trova alimento all'interno stesso dell'Europa: tra immigrati di seconda generazione, istruiti ed educati come cittadini europei, dove l'islam, da opzione di fede che convive liberamente con altre fedi religiose o con una laicità agnostica, si fa cifra identitaria di una scelta religiosa a cui non basta la libertà del suo esercizio, e che non tollera il contraddittorio esistenziale della stessa convivenza di altre fedi, altri costumi, altre pratiche sociali. Terreno fertile per il reclutamento ideologico e politico, disponibile anche al gesto terroristico; alla militanza nella "guerra santa" di "centrali" fondamentaliste politico-militari con ambizioni statuali — di "califfato" — motivate da specifici interessi territoriali, politici, economici, e da tempo attive nei precari equilibri di un islam tradizionalmente scisso tra sciiti e sunniti ed esso stesso alla prova della modernizzazione sociale indotta dalla globalizzazione. 

Una situazione di un'enorme complessità geo-politica, con profonde radici storiche, che sconta oltretutto non pochi errori di approccio da parte europea e occidentale cumulatisi negli anni. E a cui certo serviranno politiche di sicurezza mirate all'interno e all'esterno dei Paesi europei; relazioni cooperative con i Paesi arabi interessati a contrastare il fondamentalismo; e tutto quanto possa servire al contrasto di una minaccia intollerabile. E servirà oltretutto tempo; tempo di maturazione per una società "aperta" quali noi la intendiamo, nelle società islamiche, perché trovino a loro modo una strada verso la modernità necessaria, come principio di melting pot culturale, di cui ha bisogno il mondo della globalizzazione. 


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