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Cronaca

LORIS STIVAL/ Veronica Panarello, gli autodafé sono giustizia?

Sono uscite le motivazioni addotte dal Tribunale del Riesame di Catania a giustificazione del rigetto della richiesta di scarcerazione di Veronica Panarello. PATRIZIA CIAVA

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Le motivazioni addotte dal Tribunale del Riesame di Catania per giustificare il rigetto della richiesta di scarcerazione presentata dall'avvocato di Veronica Panarello, accusata di aver ucciso il proprio figlio Loris il 29 novembre scorso a Santa Croce Camerina, hanno provocato un comprensibile sgomento, e non solo in chi crede nell'innocenza della donna. 

Il ruolo di quell'organo giudiziario, infatti, dovrebbe limitarsi a vagliare se sussistano pericoli di fuga, reiterazione del reato o inquinamento delle prove da parte dell'imputato, in base alle prove raccolte dagli organi inquirenti e alle motivazioni presentate dal Gip.

Se è vero quanto riportato dalla stampa, i giudici del Riesame che avrebbero dovuto formulare un parere ragionato e coerente dopo avere esaminato gli indizi e le ragioni presentate dal Gip nel decreto di fermo, si sarebbero invece esibiti in una plateale quanto impropria pseudo-perizia psichiatrica, non suffragata da alcun parere specialistico, e in una descrizione del carattere dell'imputata basata su convincimenti personali di cui non si conosce il fondamento.

Giudizi che suscitano perplessità non solo perché prevaricano le competenze assegnate, ma soprattutto per la loro incredibile illogicità e arbitrarietà. La Panarello avrebbe infatti "una elevatissima capacità criminale", avrebbe agito "con agghiacciante indifferenza, da lucidissima assassina manifestando una pronta reazione al delitto di cui si è resa responsabile" con la "volontà di organizzare l'apparente rapimento del figlio Loris". Insomma, avrebbe quindi una capacità criminale, una determinazione e una lucidità da fare invidia al più esperto dei sicari,  ma al tempo stesso avrebbe manifestato "una totale incapacità di controllo della furia omicidiaria". 

Essi stessi non sembrano notare la contraddizione  insita in questi giudizi, giacché non si capisce se a loro parere la donna abbia agito in base ad un impulso improvviso oppure se abbia meticolosamente organizzato l'omicidio e il depistaggio. Infatti, nell'ipotizzare un possibile movente si legge: "L'indagata ha agito in preda a uno stato passionale momentaneo di rabbia incontenibile per il fallimento del piano mattutino che, evidentemente, quel giorno non prevedeva l'ingombrante presenza del suo primogenito".

Affermazioni infarcite di aggettivi spietati e ridondanti che sembrano indirizzate ad una folla obnubilata e forcaiola, non dissimile da quella che si recava a gioire delle sofferenze del condannato in tempi che oggi definiamo bui e che risvegliano l'inquietante ricordo del clima da Auto da Fè creato dalla Santa Inquisizione.

I giudici del Riesame, nelle loro motivazioni, sembrano ricalcare le stesse incongruenze contenute nel decreto di fermo firmato dal Gip, che avalla il flebile impianto accusatorio elaborato dagli inquirenti.

Affermando di ritenere valida la ricostruzione della Procura, il Gip di Ragusa che ha emesso l'ordinanza di custodia cautelare, ha infatti usato anche lui una formulazione che si contraddice da sé, in quanto motiva l'arresto scrivendo che la Panarello è "incapace di controllare gli impulsi omicidi". Questo significa che la donna avrebbe agito in base ad un raptus improvviso e incontrollabile, il contrario di quanto emerge nella ricostruzione del delitto, in cui viene dipinta come una assassina scaltra e avveduta che esegue il delitto come fosse una vera e propria esecuzione, pianificando ogni dettaglio e occultando il cadavere, e recandosi poi al corso di cucina a Donnafugata per crearsi un alibi.