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CASO MORO/ La "confessione" di Mennini e la verità che non sappiamo

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Aldo Moro (a sin.) (1916-1978) (Infophoto)  Aldo Moro (a sin.) (1916-1978) (Infophoto)

E il malcapitato autorevole teste deve affrettarsi a dichiarare – urbi et orbi – che no, lui (allora giovane parroco della chiesa di Santa Lucia, stimato dalla famiglia Moro) non è mai stato a trovare, e si badi bene, confessare (!), il presidente della Dc durante i giorni della sua prigionia; e la paradossalità di questa ipotesi si materializza in questa sua dichiarazione piuttosto sferzante: «...se avessi avuto un'opportunità del genere credete che sarei stato così imbelle, che sarei andato lì dove tenevano prigioniero Moro senza tentare di fare niente? Sicuramente mi sarei offerto di prendere il suo posto, anche se non contavo nulla...».

Dov’è dunque la “novità” della nuova deposizione di mons. Mennini? Nuova perché ulteriore, come si è dovuto affrettare a dichiarare pure mons. Lombardi, portavoce ufficiale vaticano: si sappia che l’attuale nunzio in passato è già stato ascoltato dalla Commissione Moro nel 1980, dalla magistratura italiana tra il 1979 e il 1993 (mentre nel 1995 si era rifiutato di testimoniare alla Commissione stragi) per sette o addirittura otto volte.

E se allora questo è lo spessore del dibattito pubblico sull’epilogo di Aldo Moro, di un modo di essere del “partito italiano” (sempre Giovagnoli), e ultimamente della stagione del terrorismo nel nostro Paese, temo che dovremo confidare in altre sedi e occasioni per poterne finalmente capire qualcosa di più.

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