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CASO MORO/ La "confessione" di Mennini e la verità che non sappiamo

Per PAOLO GHEDA, la verità sul caso Moro non sta nella deposizione di monsignor Mennini, quanto nell’atteggiamento degli apparati italiani che ancora oggi sfugge alle stesse istituzioni

Aldo Moro (a sin.) (1916-1978) (Infophoto) Aldo Moro (a sin.) (1916-1978) (Infophoto)

È propria del giornalismo “nostrano” l’esigenza di trovare sempre nuove ed eclatanti rivelazioni, meglio se provenienti da testimoni in vista e autorevoli, rispetto ad eventi che hanno cambiato la storia del Bel Paese. A questa persistente tendenza la stampa italica non si sottrae nemmeno nell’occasione di casi giudiziari discussi e ancora insoluti; e tra questi l’omicidio di Aldo Moro risalta senza dubbio all’interno del quadro degli episodi più controversi accaduti dal secondo dopoguerra in avanti. Basterebbe riandare alla oramai ricca bibliografia che si è concentrata sulla strage di via Fani e le successive fasi di prigionia e morte dello statista democristiano, una letteratura fiorita innanzitutto sullo stimolo dell’esigenza di comprendere il disegno finale dei rapitori, e con ciò soprattutto definire il quadro dei rapporti tra governo italiano e Brigate rosse all’apice della strategia seguita da queste ultime nel tentare di “sfondare” la tenuta istituzionale dello Stato.

Come e più, ad esempio, del caso Ustica, nel caso Moro l’imponente flusso mediatico è progressivamente trasmigrato in numerose analisi storiografiche, peraltro di vario e spesso ancora incerto spessore interpretativo, dovendosi ultimamente sospendere il giudizio di fronte a un panorama testimoniale e documentale ancor oggi in evoluzione, e per molti aspetti persistentemente in ombra. Di contro, un tentativo di superare i limiti, concettuali e interpretativi, di questi lavori (che si potrebbero tutti ascrivere al genere letterario della “storia criminale” – la definizione è di Migone) è il volume di Agostino Giovagnoli (Il caso Moro. Una tragedia repubblicana, il Mulino, 2005), dove a prevalere è lo sforzo di restituire la ricostruzione di quei drammatici 54 giorni all’autorevolezza delle fonti primarie, al dibattito aperto nei principali partiti sulla linea da tenere, così come appare nei verbali, alla documentazione desunta dalle deposizioni presso la prima Commissione parlamentare di inchiesta.

Come ha notato Paolo Pombeni in una recensione al saggio di Giovagnoli, persiste comunque tuttora un’estrema difficoltà nell’analizzare i comportamenti di allora per quella che lo storico bolognese definisce la «faccia oscura della luna», ovvero l’orientamento degli apparati dello Stato, vista la «totale scarsità di fonti cui attingere» al riguardo. E l’insediamento della nuova “Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro”, è la prova provata delle necessità innanzitutto istituzionale di individuare nuove fonti capaci di supportare una comprensione finalmente più chiara ed equilibrata di questo passaggio così delicato, pure travalicante la fondamentale biografia personale dello statista pugliese.

Ma si sa… i giornalisti sono sempre in agguato, così, quando si viene a conoscere che Papa Francesco in persona – coerentemente alla nuova “glasnost” vaticana da lui inaugurata – ha autorizzato la deposizione di mons. Antonio Mennini, attuale nunzio apostolico nel Regno Unito, alla Commissione, ci si ostina a vociare sui titoli di testa che questa decisione, almeno in qualche modo, stia “riaprendo” il caso Moro.