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SCONTRO TRA ELICOTTERI/ Camille Muffat, la morte nel reality e i motivi per vivere nella realtà

Pubblicazione:mercoledì 11 marzo 2015 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 11 marzo 2015, 11.37

Camille Muffat (Infophoto) Camille Muffat (Infophoto)

Insopportabile moralismo commendare il programma fatale o i reality in sé, o accusare il sistema. C'è sempre un sistema. Il sistema per cui si è uccisa Marilyn? Il sistema per cui si è ucciso Jim Morrison, o Jimi Hendrix? Il sistema per cui si dopava ed è stato dopato Pantani? Il sistema per cui era depresso Gassman? C'è sempre un sistema cui affidiamo la felicità e la realizzazione della nostra vita, e sempre ci delude, ci uccide, in un modo o nell'altro. 

Io la vedo in modo più diretto e più semplice, in questo caso. Florence era una donna tosta, un'avventuriera, che tante ne ha vinte e tante se n'è cercate, sempre sul filo. Vastine era border line, ma in un altro senso: come tanti pugili, salvato coi pugni dai pugni in faccia presi da ragazzo, non aveva retto le sconfitte, l'esclusione feroce, la morte della sorella. Cercava uno sfogo, altri pugni da dare e da prendere. Camille era carattere e bellezza, prestanza, al massimo della gloria, timorosa di perderla, doveva mettersi in mostra. Sfidare l'ambiente, il clima e se stessi era una bella scommessa, e l'hanno giocata, con l'identica voglia di divertirsi e rischiare che si ha da ragazzini, quando si sale sull'ottovolante. Mica ci pensiamo, che può cadere e schiacciarci, quando ci balena l'idea è perché stiamo invecchiando. Non era per il reality, o almeno non solo. Era per continuare la gara, per osare, e salire su un podio. 

Valeva la pena morire per questo? Potevano morire allo stesso modo in una vacanza in resort, o per raggiungere la sede di un convegno di qualche federazione. Non vale mai la pena morire. E non siamo noi che lo decidiamo, né la troupe di un reality. Vale la pena vivere, e dipende da come si è vissuto.



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