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Cronaca

IL CASO/ Adozione, l'affetto di un single non basta a "sostituire" padre e madre

La sen. Puglisi ha ritirato l'emendamento che chiedeva la possibilità di trasformare l'affido a un single in adozione. Il Parlamento ha difeso il bene del minore. FRANCESCO BELLETTI

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La vibrante e appassionata discussione in Parlamento sulla possibilità di consentire alle famiglie affidatarie di trasformare l'affido in adozione ha avuto il grande merito di riportare all'attenzione dei media e della pubblica opinione un argomento forse un po' trascurato, ma decisivo per un Paese civile: la tutela dei minori in una nuova famiglia, quando la loro famiglia di origine non ce la fa. 

In effetti il nostro sistema di protezione dell'infanzia "fuori famiglia" ha tentato di basarsi in modo significativo sull'accoglienza familiare, valorizzando sia l'adozione, sia l'affido eterofamiliare. Due condizioni diverse per i bambini, due scelte diverse da parte delle famiglie.

A. Con l'adozione si facevano i conti con una situazione familiare considerata irrecuperabile, e il bambino diventava figlio a tutti gli effetti di una nuova coppia, perché i suoi genitori o erano scomparsi, o erano dichiarati definitivamente incapaci di svolgere le necessarie funzioni di cura, protezione ed educazione. Per questo la legge aveva scelto di chiedere alle coppie adottive un progetto forte, basato sul matrimonio (impegno stabile assunto pubblicamente), con percorsi di selezione particolarmente impegnativi. Perché per restituire il benessere a questi bambini, privati della propria famiglia di origine, si è cercato di individuare il massimo di protezione e di impegno pubblico. 

B. Con l'affido invece si facevano i conti con una famiglia d'origine in difficoltà, che non riusciva più a garantire il benessere dei propri figli i quali quindi venivano temporaneamente affidati ad altre famiglie. Però esisteva un presupposto di "recuperabilità", e quindi si costruiva, con l'affido, uno spazio di accoglienza familiare per i minori, ma al contempo si ipotizzava un percorso di sostegno e recupero della famiglia di origine, perché poi i bambini, dopo un congruo tempo, potessero ritornare nella propria famiglia. In questa temporaneità, sempre secondo la legge, si poteva quindi ipotizzare di affidare anche ad un single il benessere di questo bambino, in vista di un rientro nella propria famiglia di origine. E forse vale la pena di ricordare oggi, di fronte al dibattito parlamentare, che troppi affidi si prolungano nel tempo proprio perché mancano o sono deboli gli interventi di sostegno e recupero delle famiglie di origine. Più investimento sulle famiglie di origine e sul loro sostegno sarebbe forse un altro nodo che meriterebbe attenzione dal Parlamento. 

Il dibattito dei giorni scorsi si è giustamente concentrato su un nodo cruciale, su una condizione oggettivamente complessa, che la semplice scelta secca tra affido e adozione non era in grado di accogliere: la situazione di tanti bambini in affido che vedevano prolungarsi nel tempo l'affido, a fronte di una oggettiva impossibilità di costruire il rientro nella famiglia di origine, nonostante i progetti iniziali di rientro. Così, spesso, dopo i primi 24 mesi si aggiungevano altri 24 mesi, e poi si proseguiva sine die, sempre nella forma dell'affido, a volte fino alla maggiore età od oltre, con famiglie di origine solo formalmente presenti.