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AEREO CADUTO/ E se anche noi fossimo "complici" di Andreas Lubitz?

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S'avanza dunque dentro di noi un'umanità crudele, talmente occupata dal proprio dolore da non riuscire più a percepire quello di chi sta accanto e a vivere l'altro — ogni altro — come un ostacolo. Per i giornali e i media è facile attribuire la colpa di tutto questo ad una fazione, ad un'etnia o a un disturbo patologico, è difficilissimo — invece — riconoscere in quello che sta accadendo un ultimo disagio del cuore, un ultimo urlo che trova solo nella rabbia e nella violenza la sua vera espressione. 

Questo, in effetti, comporterebbe prendere coscienza di un bisogno più grande che nessuna legge o nessun diritto potrà mai colmare: il bisogno di un Altro, di un Qualcuno, che ci salvi. Dalla vita domestica al rapporto con i colleghi di lavoro, dall'amore alla politica, tutto sembra segnato da un'ultima rabbia e da un'ultima paura verso la vita. I pensieri e le ideologie diventano gli abili carcerieri della nostra felicità e la vita di chi ci sta accanto si trasforma in qualcosa "a nostra disposizione" sia che si tratti di una donna, di un bambino o della vita di centocinquanta persone. 

Il vero tema del nostro tempo, allora, non è il male, e neppure il dolore, ma la salvezza, il bisogno di essere salvati da tutta questa crudeltà che si fa strada e che ci invade. L'uomo, però, non si salva da solo. Occorre che Uno venga e assuma su di sé il grido del cuore. Senza Redenzione, senza l'atto di "una qualche parola rivelata di un Dio", i fatti rimarranno prigionieri di sterili analisi ideologiche o psicologiche che attribuiranno a "facili nemici" la causa di comportamenti e scelte che invece derivano da un disagio più profondo che nessun capriccio può davvero colmare, ossia il bisogno di sapere se siamo amati, se qualcuno davvero ci vuole, se qualcuno — almeno — ci può perdonare. 

Su quella montagna si sono schiantate non solo centocinquanta vite, ma tutto il desiderio che abbiamo di vivere, di esserci, di sperimentare felicità. Su quel monte si è schiantato l'Occidente e davvero stasera mi domando se tutto quel sangue innocente grondi solo dalle mani di Andreas Lubitz o, in verità, non sia anche un po' dentro le parole e gli atteggiamenti di ciascuno di noi. Pronti a giudicare tutto, pronti a piangere in piazza e a "corteggiare morbosamente" il dolore degli altri, ma mai pronti a guadarci allo specchio e ad ammettere che siamo noi i primi che hanno realmente bisogno di essere redenti.

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COMMENTI
29/03/2015 - SPECULAZIONI.... (Guido Gazzoli)

L'articolo in questione non fa una grinza, ma per favore cerchiamo di essere seri... non critico l'estensore della nota, ma la quantità industriale di congetture oltre il limite della pazzia che si stanno spargendo sarebbe quasi comica se non coinvolgesse la morte di 150 persone. Il punto è questo... anzi SONO questi: 1) Per leggere una scatola nera occorrono settimane... in due giorni sa tanto di cosa sparata lì... 2) Prendiamo per buona la "pazzia" del pilota... la domanda è: ma l'ente che certifica lo stato di salute del navigante aereo come mai gli ha dato l'ok al brevetto? Non sarà "per caso" che le Compagnie aeree spingono affinché i loro naviganti non vengano "bocciati" perché ciò comporterebbe spese notevoli? Ricordiamo che il tanto decantato mondo delle lowcost (ma anche le compagnie "di bandiera") risparmiano sul centesimo... 3) Pochissimi anni fa la UE allungò in maniera considerevole i limiti di volo, suscitando la protesta delle Organizazzioni sindacali professionali... che le hanno provate tutte per far retrocedere la decisione... senza riuscirci. Allora...ci rendiamo conto che in nome di ripsarmi di spiccioli si permette alla "fatica operazionale" di superare certi limiti. Risposti a questi tre quesiti poi possiamo buttarci a far lavorare la fantasia...

 
29/03/2015 - Personalismo (Giuseppe Crippa)

Federico Pichetto enuclea col suo bisturi (e senza anestesia) il male ed il limite che alberga nei nostri cuori e le sue riflessioni sono tanto crude quanto vere. Noi, “pronti a giudicare tutto ma mai pronti a guardarci allo specchio”, abbiamo certamente qualche goccia di sangue o qualche lacrima innocente che gronda dalle nostre mani ma non quello delle 150 vite spente su quel monte dell’alta Provenza. Le responsabilità, ed i peccati, sono personali.