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Cronaca

SEPE E GOMORRA/ Se Napoli è anche un po' "cattiva" non è colpa di una fiction…

Il cardinale di Napoli Crescenzio Sepe ha criticato la fiction "Gomorra" perché dà un'immagine esagerata e offensiva per la città. Lo stesso errore di Berlusconi. SERGIO LUCIANO

Crescenzio Sepe, cardinale di Napoli (Infophoto)Crescenzio Sepe, cardinale di Napoli (Infophoto)

La storia si ripete, ma il renzismo la riscrive. Nell'aprile del 2010, in fondo appena cinque anni fa, l'allora premier Silvio Berlusconi, a margine di una conferenza stampa a Palazzo Chigi sui successi del governo nella lotta alle mafie, se la prese con la celebre serie televisiva de La Piovra, alluse all'allora recente best-seller di Roberto Saviano Gomorra e disse della mafia: "C'è stato un supporto promozionale a quest'organizzazione criminale che l'ha portata ad essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro Paese. Ricordiamoci le otto serie della Piovra programmate dalle tv di 160 Paesi del mondo e tutto il resto, la letteratura, il supporto culturale, Gomorra…".

Passano cinque anni, e il cardinale di Napoli Crescenzio Sepe, che è berlusconiano come chi scrive è venusiano, ripete pari-pari lo stesso concetto: "Cosa penso di serie tv come Gomorra? E' da considerare, innanzitutto, che si tratta pur sempre di una rappresentazione più o meno romanzata della realtà che diventa esagerazione e offesa per l'intera comunità quando generalizza e offre una visione e un'immagine falsata della realtà stessa. La violenza e la prepotenza ci sono e non vanno nascoste ma non si può identificare in esse l'intera comunità, fatta per la stragrande maggioranza di persone perbene, oneste, laboriose, rispettabili ed eccellenti". 

Non trattandosi del premier, non trattandosi di un cittadino indagato per mafia, trattandosi di un rispettabile e amato arcivescovo e trovandoci noi in piena era renziana, l'invettiva del cardinale non susciterà le stesse polemiche ma… ma qualche domanda la induce, anche se molte meno di quelle che la bordata del premier suscitò cinque anni fa.

Quale sostanza hanno queste critiche alle fiction che s'ispirano alla delinquenza organizzata?

Hanno una sostanza utopistica e, diciamolo, un po' reazionaria, ce l'hanno da sempre, visto che da sempre, periodicamente, il potere — in tutte le sue forme — ha pensato di censurare lo spettacolo, reo di dare una rappresentazione asseritamente distorta o enfatizzata degli aspetti negativi della realtà.

La verità è che poi nessun potere è mai riuscito a lungo in questo intento. Forse i cinesi, popolo sui generis, è incline a subire il diktat. Ma loro e pochi altri. In Italia, poi, non c'è un "grande vecchio" che gode a dipingere l'Italia, e il suo Sud in particolare, come un inferno da evitare: la verità è che le cattive notizie attraggono, quelle buone assai meno.

Per cui sotto ogni cielo, in ogni ambiente culturale, quel che scatena la fantasia dei creativi sono soprattutto gli omicidi, le guerre, la violenza, il dolore, il sangue, le lacrime. Sono le tre "esse" del film americano: sesso, sangue, scandalo. Ma il tutto è vero da ben prima dell'avvento di Hollywood: nella grande fiction — dalle tragedie greche (non erano mica pericolosi diffamatori del popolo greco, Sofocle, Eschilo ed Euripide?) alla satira latina, fino alle opere di Verdi e al grande romanzo romantico ottocentesco — non sono le storie edificanti e a lieto fine quelle che "fanno cassetta".