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STRAGE DI MILANO/ La vera "falla nella sicurezza" è quella del nostro cuore

Pubblicazione:domenica 12 aprile 2015

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Di fronte a Giardiello abbiamo proprio bisogno di "decentrarci", di smetterla di giustificare o di provare a rimediare per ammettere che — in definitiva — nessuna soluzione ci può salvare, nessuna apparente aggregazione o sistema perfetto ci può realmente soccorrere, ma solo la resa del cuore all'innegabile domanda che ci assale e che nemmeno un'ostinata distrazione ci può togliere: la domanda di un Altro, di Uno che venga e che ricominci, che ci ridesti da tutto questo dolore per farci ritrovare ciò che più ci manca, ossia la passione e la compassione per la vita di chi ci sta a fianco, di chi ci respira vicino. Una vita che non è "a nostra disposizione", che non porta soluzioni, ma che è solo gratuita e imprevedibile compagnia. 

L'amara verità è che gli altri non hanno alcuna colpa per il nostro dolore o per la nostra sofferenza e, anche quando essi stessi li causano, occorre ammettere che essi fanno semplicemente in modo che quel dolore emerga, che venga fuori. Il dolore, infatti, c'è, esiste, e appartiene alla realtà. A volte lo fa affiorare un fallimento, a volte una storia d'amore che finisce, a volte una malattia, un lutto o una parola non detta. Ma gli altri non c'entrano: il dolore è dentro di noi. Ed è a quel dolore che dobbiamo guardare, è da quel dolore che dobbiamo ripartire. 

Perché, alla fine, non esistono colpevoli, ma solo responsabili. E questo per noi è tremendo e fa diventare la strage di Milano non un episodio di "falla nella sicurezza", ma il segno di qualcos'altro di più tragico, di più inquietante: il segno di una società che ha smesso di educare, di un popolo che non è più capace di stare e che — proprio per questo — sembra sappia solo uccidere. È questo che si è manifestato a Milano giovedì, è questo quello che tutti vogliono tacere, è questa la drammatica realtà che ci interpella e ci sfida. Quella stessa realtà che, ogni giorno, ci attende dietro ad ogni porta e che ci costringe a dire, come il poeta greco, "Mandaci, o Padre Zeus, il miracolo di un cambiamento".



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