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Cronaca

SANTO DEL GIORNO/ Oggi 14 aprile si festeggiano San Tiburzio, Valeriano e Massimo

Il 14 aprile la Chiesa festeggia Tiburzio, Valeriano e Massimo, santi martiri vissuti nel III secolo a Roma. I santi vengono ricordati già nel V secolo. Vediamo la storia dei santi. 

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Il 14 aprile la Chiesa festeggia Tiburzio, Valeriano e Massimo, santi martiri vissuti nel III secolo a Roma. Sebbene vengano ricordati già nel V secolo, esistono almeno due differenti versioni relativamente la loro esistenza storica e la loro personalità. La prima è strettamente correlata alla famosa “Passio” di santa Cecilia (un testo quasi più letterario che storico che narra le drammatiche avventure della vergine e martire divenuta patrona della musica), mentre l'altra versione è riportata dal "Martirologio Geronimiano" (l'antichissimo catalogo di martiri cristiani). L'agiografia vuole che il nobile cavaliere Valeriano (vissuto a Roma tra il 177 ed il 229) si convertì al cristianesimo grazie a Santa Cecilia. La donna, promessa sposa di Valeriano, confidò all'uomo il suo perpetuo voto di verginità dicendo: "Nessuna mano profana può toccarmi, perché un angelo mi protegge. Se tu mi rispetterai, egli ti amerà, come ama me". Valeriano, accettò il volere della compagna e, durante la sua prima notte di nozze, ricevette il sacramento del battesimo da papa Urbano I (222-230) e convertì al cristianesimo anche suo fratello, Tiburzio. In seguito alla feroce persecuzione dei cristiani, sia Valeriano che Tiburzio vennero condannati a morte dal giudice Almachio; affidati al "cornicularius" Massimo, (ufficiale in seconda del console) i due fratelli riuscirono però a redimere il loro carceriere. Martirizzati a Roma il 14 aprile 229 (dopo essere stati torturati e percossi con dei bastoni furono decapitati), Valeriano e Tiburzio vennero seppelliti da Cecilia appena fuori dalla città (in un luogo chiamato Pagus). Massimo, che commosso dall'incrollabile credo dei due fratelli e confermato da una visione angelica, non rinnegò la fede cristiana, venne anch'esso condannato a morte: si spense battuto da verghe di piombo e fu sepolto da Cecilia vicino a Valeriano e Tiburzio. Il celebre Martirologio Geronimiano cita San Tiburzio, Valeriano e Massimo diverse volte e li commemora il 14 aprile ricordando che i tre martiri sono sepolti a Roma, nel cimitero di Pretestato sulla via Appia. Sebbene gli studiosi non lo affermino con assoluta certezza, pare che nel cimitero di Pretestato sia stato sepolto il solo Tiburzio, mentre le mortali spoglie di Valeriano e Massimo in origine trovarono pace nel cimitero di Callisto e, solo in seguito, furono traslate nel cimitero di Pretestato. Si precisa che, inizialmente solo Tiburzio era celebrato il 14 aprile, mentre Valeriano e Massimo erano ricordati il 21 aprile. La scelta di unirli in una sola celebrazione fu presa, con ogni probabilità, da San Gregorio Magno (540 c.a. – 604). I sepolcri dei santi martiri romani vennero restaurati più volte nel corso dei secoli: il primo ad occuparsene fu Gregorio III (731-41), seguito poi da Adriano I (772-795). Pasquale I (817-24), infine, decise di trasferire le reliquie di Tiburzio, Valeriano e Massimo nella basilica di S. Cecilia a Trastevere (dove sono custoditi anche i sacri resti della vergine e martire patrona della musica). Valeriano, spesso invocato contro le tempeste, ha come emblema la tradizionale palma del martirio, da sempre simbolo cristiano di rinascita ed immortalità.

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