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CARCERE/ Piccola storia di Jian Qing Zhanh, cinese, finito nel "mirino" di Dio

Pubblicazione:sabato 18 aprile 2015

Sant'Agostino (Immagine dal web) Sant'Agostino (Immagine dal web)

Sopratutto nel deserto delle galere: certi istanti sono carichi come un fucile. Sono gli istanti di Dio, il lavoro della grazia dentro il lavoro dell'umano: «Il lavoro è stato per me fondamentale, lo strumento che mi ha permesso di riconoscere il valore della vita e di maturare la mia personalità».

Il lavoro come appostamento dietro il quale se ne stava imboscato Dio, a spiare gli attimi e le gesta di chi, tempo pochi anni, sarebbe diventato un suo testimone, nello stesso posto dov'era iniziata l'avventura: «Battezzandomi, potrà crescere ancor di più la mia fede in Cristo». Punto e a capo. In carcere ci si addormenta con mille domande e altrettante paure: del buio, di se stessi, degli uomini e forse anche di Dio.

Ogni tanto capita che ci si svegli con qualche risposta, o qualche cenno di risposta. Certe risposte, poi, cambiano la destinazione d'uso pure del nome, tanto sono travolgenti: non ti chiamerai più Jiang Qing ma Agostino. Nel nome giace oggi un progetto e un sospetto: che non ci sia gioia più grande che sapersi peccatori. Peccatori che scoprono d'essere nel mirino dello sguardo di Dio.

 

(Don Marco Pozza)



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