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CAOS MIGRANTI/ Dalla Sicilia: l'11 settembre dell'Europa è qui

Non è diminuita la generosità, l'abnegazione, l'attenzione al bisogno di quanti arrivano. Aumenta invece una domanda: "Continuando così, cosa accadrà"? FRANCESCO INGUANTI

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CATANIA — La tragedia di ieri notte davanti alle coste libiche impone almeno due riflessioni. La prima è la pietà umana e cristiana che noi tutti dobbiamo avere per settecento persone che non avranno neppure una sepoltura come quella riservata ad ogni essere umano. 

La seconda riflessione è una domanda. Di chi è la responsabilità di quanto accaduto? Di quei poveri disgraziati che non sapevano nuotare e che alla vista della nave che li avrebbe salvati hanno commesso una grossolana e drammatica stupidaggine che li ha condotti alla morte? Dell'occidente, che con i suoi programmi di salvataggio in mare, i suoi telefoni satellitari, il suo dispiegamento di navi e uomini, non è riuscito ad evitare una nuova tragedia? O anche e soprattutto di quanti li hanno imbarcati su un peschereccio certamente inadeguato per raggiungere la costa, serenamente consapevoli di aver raggiunto il loro scopo, quello di intascare per ogni "passeggero" un cospicuo numero di dollari? Per loro l'operazione è compiuta. Ma per quanto tempo ancora dovremo continuare ad affrontare questo tema dalla coda perché non abbiamo il coraggio di prendere il toro per le corna?

"Anche la carità ha un limite!". Questa è una delle espressioni più ricorrenti fra quanti ancora una volta, sulla banchina del porto di Palermo, accolgono da giorni la nuova e inarrestabile ondata immigratoria.

La macchina organizzativa funziona ormai perfettamente: Protezione civile, Caritas, volontari, tra cui anche immigrati oggi residenti da noi, si prodigano con tutti i mezzi disponibili, e non sono pochi, per offrire la prima assistenza.

Non è diminuita la generosità, l'abnegazione, l'attenzione al bisogno di quanti arrivano. Aumenta invece, e si fa sempre più pressante, una domanda: "Continuando così, cosa accadrà la prossima settimana"? "E il prossimo mese"? "Cosa ci riserverà l'estate imminente"? 

La descrizione, per quanto approssimativa, della situazione lasciata in Libia da quelli che toccano terra è drammatica: sia per le condizioni di vita in cui sono costretti a sopravvivere coloro che attendono di partire, sia per l'aumento di quelli che man mano sono raccolti nei campi in attesa di essere imbarcati.

Difficile dare numeri esatti (anche le nostre autorità evitano di farlo), ma a molti pare che parlare di 500mila persone che sono in attesa sia realistico. Molti di coloro che sono ad accoglierli si chiedono: "Ma per quanto tempo ancora"? E, soprattutto: "Per quale obiettivo"? "Offriamo accoglienza, ma con quali prospettive"? "L'Europa è grande, ma potrà accogliere così tanta gente"?

Su questa già grave situazione si è allungata in questi giorni la paura di quanto avvenuto su un barcone: l'uccisione di 12 immigrati di fede cristiana da parte di immigrati di fede islamica. La magistratura palermitana vuole vederci chiaro, ma la descrizione di quanti erano presenti non lascia molti margini di dubbio: di fronte al pericolo di naufragio, visto che l'imbarcazione imbarcava acqua, i cristiani presenti hanno invocato Gesù; invece gli islamici non si sono accontentati di invocare Allah, ma hanno preteso che così facessero anche i cristiani.