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Cronaca

CARCERI/ Studio, torrone e biciclette, il dono di riscoprirsi uomini

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“Volevo farla finita – dice Edmondo –, quando ho incontrato una persona che mi ha guardato da uomo e così mi sono accorto che un cambiamento era possibile”.

Da Como a Roma, dove Raffaele ha imparato a fare il cuoco nel carcere di Rebibbia, grazie alla Cooperativa sociale Man at work, che fornisce servizi di ristorazione. Se Edmondo, scontata la pena, è stato addirittura accolto in casa dagli operatori conosciuti dietro alle sbarre, per Raffaele fondamentale è stato l’accompagnamento nella ricerca di un lavoro una volta uscito fuori. 

Perché “il villaggio” evocato da Papa Francesco nell’incontro col mondo della scuola, necessario per educare e, in questo caso, rieducare va costruito anche oltre le sbarre e per farlo non basta la legge scritta nei codici.

Lo sa bene don Claudio Burgio, cappellano dell’istituto penale minorile Beccaria di Milano e fondatore dell’Associazione Kayros, che gestisce alcune comunità di accoglienza per minori e servizi educativi per l’adolescenza. “I miei ragazzi sono ragazzi che entrano in carcere bulli ed escono piangendo” racconta don Claudio, che sottolinea più di una criticità di un sistema che non è in grado di garantire continuità formativa ai giovani in generale e, tanto meno, a quelli a rischio devianza. 

A rispondere sul piano istituzionale, oltre al ministro della Giustizia, sono Luigi Bobba, sottosegretario al ministero del Lavoro – che propone una maggiore cooperazione tra i ministeri competenti e un tavolo di lavoro allargato agli operatori impegnati nelle carceri – e Gabriele Toccafondi, sottosegretario al ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. 

“La sfida per noi è dare dignità alla scuola in carcere, convincere presidi e amministratori che  la proposta formativa deve essere seria pur tenendo conto delle condizioni non semplici – spiega Toccafondi, portando un esempio virtuoso. “Sono stato nel carcere di Rebibbia per la laurea di tre detenuti. Uno era un ergastolano che aveva deciso di studiare e di laurearsi perché, nonostante il “fine pena mai”, rimaneva sempre un uomo. Questo significa rieducare mettendo al centro la persona”.

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