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DAL PARAGUAY/ Aldo Trento: io e i miei malati "curati" dalla Resurrezione

Non siamo chiamati a fare i cappellani dell’ospedale ma ad assimilarci con il dolore dell’ammalato. Solo così saremo veri testimoni della resurrezione. ALDO TRENTO

Piero della Francesca, Resurrezione (1463-68) (Immagine dal web) Piero della Francesca, Resurrezione (1463-68) (Immagine dal web)

Molti anni fa in un bar di Belluno un gruppo di uomini discutevano animatamente sulla guerra delle Malvinas. C'era chi difendeva la posizione inglese e chi l'Argentina. Una discussione di fatto inutile, che non aiutava a venire a capo con nessuna conclusione. Ad un certo punto si alza un omino che aveva assistito all'inutile discussione e chiede la parola: "Signori, il mondo è pieno di violenza, di guerre, di odio… ma Cristo è risorto. Allora partiamo sempre da questo fatto, da questa certezza e la vostra posizione sarà differente nel guardare la realtà giudicando ciò che accade". Chi fra noi ha i capelli bianchi si ricorda quel volantone di Pasqua in cui c'era la foto della famosa "Diane", la macchina francese che era diventata quasi un simbolo di quella generazione. Ebbene una mano amica aveva, con il dito, scritto sulla polvere del vetro posteriore in francese: "Le Christ est ressuscité".

Erano anni di piombo eppure c'era chi partiva dalla resurrezione di Gesù per guardare la realtà: anche il "credo" della messa, se non si partisse dalle ultime parole, non avrebbe senso. "Che cosa può interessarmi l'esistenza della Trinità, dell'Incarnazione senza la risurrezione dei morti e la vita eterna?" Ed è questa certezza l'origine ed il cuore delle opere di carità nate in un quartiere di Asuncion. Non potevo più sopportare come moriva la povera gente, sola, abbandonata da tutti. Mi sentivo provocato molto anche da come morivano i ricchi: senza la grazia dei sacramenti e della preghiera. Così è nato l'ospedale per accompagnare chi è abbandonato da tutti a morire palliando il dolore. Ne abbiamo accompagnati 1400 all'incontro con Gesù. 

L'altro giorno il Papa in un'intervista ha confessato che anche lui ha paura del dolore. La fede non toglie il dolore ma dà un criterio nuovo nel viverlo. Un criterio che nasce solo dalla certezza della Risurrezione. Molte volte mi chiedo perché queste due grandi questioni della vita, il dolore e la morte, le censuriamo o facciamo finta che non esistano, sebbene coscienti che arriverà il nostro turno. Chi oggi si "ensimisma" (si immedesima) con il dolore altrui? Perfino noialtri preti siamo sempre più distanti da chi soffre. Al massimo facciamo un saltino all'ospedale per dare l'unzione degli infermi… e poi? Mentre il malato ha bisogno di vivere la Pasqua sentendo fisicamente la presenza del sacerdote.

Noi non siamo chiamati a fare i cappellani dell'ospedale ma ad assimilarci con il dolore dell'ammalato. Solo così saremo veri testimoni della resurrezione. Dalla mia esperienza posso dire che non esiste un compito più bello per un sacerdote che quello di accompagnare un moribondo a morire, perché solo chi vince l'ultima battaglia contro il potere del male vince la guerra, anche se ha perduto le altre 99. "Cristo è risorto", "davvero è risorto" è la modalità con cui si salutano i cristiani nell'est europeo.