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Cronaca

SCUOLA DIAZ/ Tortura di Stato, la Corte europea smaschera la giustizia "all'italiana"

Durante il G8 di Genova, il 20 luglio 2001 (Infophoto)Durante il G8 di Genova, il 20 luglio 2001 (Infophoto)

Da tali accertamenti, imputabili non già ad uno o ad altro organo specifico, ma, si ripete, allo Stato nel suo complesso, trae origine la sentenza di condanna nei confronti dell'Italia. Uno Stato democratico non può dare una garanzia assoluta che un atto di tortura non venga mai commesso dai propri organi. Esso, però, deve garantire che nei confronti di atti di tortura non vi siano zone d'ombra. È questa garanzia che non è stata data dallo Stato italiano, il quale, anzi, ha evidenziato, alla verifica della Corte europea, una strutturale inidoneità ad assicurare la prevenzione e la repressione di atti di tortura.

L'accertamento di una strutturale deficienza dell'apparato statale ad autoimmunizzarsi, e a rimuovere le "mele marce" che vi si possono annidare, ha quindi condotto la Corte europea ad adottare una misura generale. Questa formula indica l'invito che la Corte rivolge talvolta a uno Stato allorché la violazione dei diritti dell'uomo non sia occasionale ma, piuttosto, evidenzi una strutturale incapacità di garantire uno o più diritti fondamentali. Nella parte più nota della sentenza, che non sarà certamente motivo di vanto per l'Italia, la Corte ha quindi invitato lo Stato italiano a rimuovere questo "focolaio" di infezione, e a dotarsi di strumenti e meccanismi atti a prevenire e reprimere in maniera efficace la tortura. Fra questi, la Corte ha invitato l'Italia ad adottare di una legislazione penale, obbligatoria anche secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sulla tortura, del 1984, che colpisca specificamente gli atti di tortura e gli altri reati ad essa collegati. 

Con ciò, la Corte non ha certo inteso dire che l'Italia pratichi diffusamente la tortura. La sentenza della Corte non consente in alcuna sua parte di trarre questa conclusione. La sentenza piuttosto pone in luce un altro aspetto, meno drammatico forse, ma egualmente inquietante: la strutturale incapacità dello Stato italiano di reagire, con l'intero suo apparato e non solo con alcuni suoi giudici coraggiosi, nei confronti di atti di tortura. Quel che si richiede è che ogni articolazione dello Stato non vi sia spazio per omertà, complicità, connivenze. Questo è, forse, il lascito di una sentenza che ferisce ma che, al tempo stesso, colpisce nel segno.

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