BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA DIAZ/ Tortura di Stato, la Corte europea smaschera la giustizia "all'italiana"

Pubblicazione:mercoledì 8 aprile 2015

Durante il G8 di Genova, il 20 luglio 2001 (Infophoto) Durante il G8 di Genova, il 20 luglio 2001 (Infophoto)

La lettura della sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, che ha condannato l'Italia per violazione del divieto di tortura in occasione dell'irruzione alla scuola Diaz durante il vertice del G8 del 2001, lascia un grande senso di sgomento. Non solo per la ricostruzione dei fatti, ormai noti, di quella notte e dei giorni che la seguirono. Lo sgomento emerge piuttosto dall'insieme delle condotte tenute dagli organi dello Stato italiano prima, durante e dopo quell'episodio.

Conviene sottolineare come, da un punto di vista tecnico, la sentenza della Corte europea riguarda non già comportamenti di singoli organi statali, quanto piuttosto dello Stato nel suo complesso. Non mancano, nella sentenza, riferimenti al ruolo positivo svolto dalle autorità giudiziarie, soprattutto in grado di appello e di cassazione. Ma il comportamento dei giudici, che hanno accertato e punito con gli strumenti a loro disposizione, alcuni dei colpevoli, non è stato sufficiente a sollevare lo Stato italiano dalle sue responsabilità.

Al fine di rendere effettivo il divieto di tortura, una società democratica ha il dovere di reagire con strumenti procedurali di inchiesta che accertino rapidamente i fatti, non lascino zone d'impunità, non consentano complicità o coperture. In assenza di tali meccanismi, soggiunge la Corte, il divieto di tortura finisce per perdere efficacia e consentire persino che coloro che detengono legalmente la forza, ne abusino per fini contrari al diritto.

Or bene, come emerge nitidamente dalla sentenza, questo cordone sanitario, che deve isolare i torturatori e i loro complici, non si è mai veramente avvolto intorno ai colpevoli dei fatti della scuola Diaz. 

Indica la Corte come la tortura sia un crimine contro l'umanità al quale corrisponde un diritto inderogabile, anche in tempi di guerra e di terrorismo. Questo carattere inderogabile dovrebbe escludere che nei confronti di atti di tortura, ovvero di altre condotte ad essa correlate, possa operare la prescrizione, siano ammissibili atti di grazie o amnistia. Ora, la sentenza ha notato come una serie di reati commessi in quell'occasione siano caduti in prescrizione, altri sono stati alleviati attraverso l'indulto. 

Il carattere fondamentale del divieto di tortura esige che tutti gli organi di uno Stato democratico debbano prestare la propria cooperazione al fine di individuare e punire i responsabili. La sentenza osserva come, in seguito alla mancata cooperazione delle autorità di polizia, molti dei responsabili non siano mai stati identificati e, di conseguenza, non siano mai stati sottoposti a procedimento penale.  

Il carattere abietto del reato esigerebbe che i responsabili siano colpiti da sanzioni amministrative, vengano rimossi dalle cariche pubbliche, subiscano pregiudizio nella carriera al servizio dello Stato. La Corte ha notato come, significativamente, la propria richiesta di informazioni sulle sanzioni amministrative inflitte ai colpevoli sia rimasta senza risposta da parte dello Stato italiano.


  PAG. SUCC. >