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Cronaca

SANDRO ABATI/ Ucciso a Kabul perché amava il suo lavoro

Chi era l'imprenditore italiano ucciso a Kabul dai talebani nell'attacco al residence per stranieri: un uomo innamorato del suo lavoro. Il ricordo di ROBERTO PERSICO

Sandro AbatiSandro Abati

Non era un “cooperante”, come l’ha chiamato l’ANSA nel dare la notizia. Non militava in qualche organizzazione umanitaria, non era in Afghanistan per “fare del bene”. Era lì per fare il suo mestiere. 

Un mestiere molto particolare, che si era inventato da sé. Ragioniere, poi laureato in economia, Sandro Abati, 48 anni, da Alzano Lombardo, val Seriana, aveva da sempre la passione del mondo: girare, vedere, conoscere, incontrare. Aveva fatto, è vero, dei master in cooperazione internazionale, aveva cominciato come consulente per enti pubblici e ambasciate, aveva cominciato a girare il mondo, ad accumulare competenze, a costruire rapporti. Ma i bergamaschi non amano lavorare sotto padrone, sembra che abbiano nel DNA un’esigenza: mettersi in proprio. 

Così aveva fondato la sua azienda, M&J Consulting, società di consulenza in “Public private partnership”. In parole povere, metteva in contatto enti pubblici e investitori privati per favorire la costruzione di opere e infrastrutture: strade, energia, ospedali. Li metteva in contatto, seguiva lo svolgimento degli accordi, forniva consulenza per tutta la durata dell’impresa. Non era un lavoro facile: occorre aver presenti aspetti tecnici, economici, giuridici della natura più disparata. Occorre sapersi muovere nelle situazioni politiche più intricate. Perché la specialità di Stefano erano i Paesi a rischio. Non che amasse il rischio in sé: il suo sogno, diceva, era stabilirsi in Canada, Paese dove aveva pure lavorato e che gli era rimasto nel cuore. 

Ma intanto la sua specializzazione lo aveva portato lì: Balcani, Medio Oriente, Asia Centrale, posti dove la guerra ha portato rovina e dove ricostruire è fondamentale e insieme difficilissimo. In Kazakhstan aveva incontrato Aigerim Abdulayeva, vent’anni meno di lui. Si erano innamorati, si erano messi insieme, si erano sposati secondo il rito tradizionale kazako. Adesso erano in attesa di sposarsi anche in Italia, la data era fissata, 16 luglio.

Non era un temerario, Sandro Abati, non amava il rischio per il rischio, agli amici del bar le ultime volte aveva detto che aveva anche un po’ paura. Aveva detto che se le cose non fossero migliorate avrebbe forse avrebbe mollato tutto e sarebbe tornato a casa in anticipo. La situazione in Afghanistan, dove lavorava da qualche mese in un progetto di costruzione di ospedali, è infatti tutt’altro che tranquilla. Il governo afghano gli aveva dato una scorta, aveva chiesto che fosse aumentata.