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IL CASO/ Da Vienna arriva il semaforo gay. Bruxelles cosa fa, ce lo impone?

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Cioè: un omino rosso in posizione frontale con le braccia allargate a croce per dire halt; lo stesso omino verde messo di fianco con braccia e gambe divaricate nell’atto di fare un passo, per dire: avanti, bitte. Facile no? Certo, facile quando lo psicotrafficologo se ne fa un baffo della questione gender e il semaforo, ovviamente, è del tutto insensibile alle preferenze sessuali degli umani circolanti: esso si rivolge indistintamente a tutti e a ciascuno, non alle coppie. Anche il vecchio semaforo pedonale italiano aveva un omino nell’atto di compiere un passo: un passo più cauto e circospetto di quello teutonico, naturalmente: insinuarsi quatti per l’italiano è meglio che esporsi marciando. E poi, avanzare sì, ma guardarsi sempre alle spalle.

Comunque l’omino semaforico tedesco si chiama Ampelmannchen è imperversa ancora adesso nei souvenir e nei gadget. La quadriglia che Danzi immaginava, adesso la ballano a Vienna per davvero: avanti le coppie gay; ora le etero, promenade…; ferme le lesbiche… Noi italiani invece, quando scoppiò Tangentopoli, non avevamo neanche le 63mila euro o equivalente nelle vecchie lire (spese a Vienna per il progetto semaforo gay-friendly per appaltare la manutenzione e il cambio delle lampadine). O se le avevamo, rinunciavamo a bandire la gare per paura di Mani Pulite. Molti semafori restarono spenti. Tempi bui. Adesso verrebbero esclusi a vita dalla loro carica pubblica e rottamati in quanto semafori oscurantisti e omofobi. Ops, se mi legge qualcuno a Bruxelles (ma per fortuna, non penso) potrebbe farsi venire in mente di imporre a tutti i paesi dell’Unione (con deroga a Tsipras) di sconfiggere l’omofobia semaforica adottando il modello austriaco. Già ma i 63mila euro non ce li abbiamo neanche adesso. Ciapa.



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COMMENTI
18/05/2015 - E' roba da matti! (claudia mazzola)

E per quelli che non rispettano il semaforo? A questo punto forse è meglio!