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IL CASO/ Da Vienna arriva il semaforo gay. Bruxelles cosa fa, ce lo impone?

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Toglietemi tutto ma non il mio semaforo. Rosso: alt. Verde: via. Mio nipotino di due anni e virgola, può cinquettare così senza esitazioni davanti al semaforo. Io a Vienna non ce lo porto: tanta fatica per insegnargli l’educazione stradale specie semaforica mi andrebbe in vacca al primo semaforo pedonale. Intendiamoci: per me che il semaforo sia omo o etero, fa lo stesso, sono fatti suoi privati, del semaforo voglio dire. Ma nel permettere o proibire il passaggio esigo, dico esigo, che sia imparziale: il suo verdetto non deve guardare in faccia a nessuno. Invece a Vienna adesso il semaforo espone il rosso con dentro, poniamo, la sagoma di una coppia, un uomo e una donna, con cuoricino incluso.

Mi immagino già il nipotino fratturarmi l’anima con domande tipo “io quando passo?” Che gli dico: il semaforo è etero-friendly? Non sa neanche l’inglese. Poi vien fuori un verde con la sagoma di due maschi che si tengono per mano, sempre con cuoricino. E il nipotino: “devo ‘via’ con Mattia (cuginetto)?; dov’è Mattia? Quando viene Mattia? Quando passiamo di là?” E qui dovrei dirgli che il semaforo è gay-friendly, ma c’è sempre il problema della lingua. E io stesso potrei distrarmi. A Bruxelles nel giorno di San Valentino i semafori mostrano la sagoma di un cuore: quindi l’idea ce l’hanno avuta prima loro dei viennesi. E poi il cuore ce l’hanno tutti e non devi strizzarti il cervello con le combinazioni di coppia.

Che farci? Non ci sono più i semafori di una volta. E sì, perché il semaforo nacque 93 anni fa, quando non erano ancora crollate le evidenze, e si poteva andare tutti d’accordo che l’essere è e il non essere non è, e chiamare pane il pane e vino il vino. Si chiamava, l’aggeggio regolatore del traffico, per la più precisione, lanterna semaforica: debuttò nel ’22 in America mentre a Roma debuttava Benito Mussolini, cui il re diede… luce verde.

Tre anni dopo la prima lanterna semaforica italiana fu collocata a Milano tra piazza Duomo via Orefici e via Torino, per l’ammirazione della gente e l’orgoglio della milanesità messa in canto da Giovannino Danzi e Alfredo Bracchi: Milàn l’è on gran Milàn… prendiamo per esempio i semafori, che gran meraviglia, te par de vidé tanta gent a balà la quadriglia… Negli anni ’60 a Berlino Est si accorsero che troppa gente moriva agli incroci sotto le Trabant; nessuno osò ipotizzare che i freni dell’auto in plastica popolar comunista dall’odore di pollo strinato non fossero il massimo dell’efficienza, perché la Stasi lo avrebbe messo in galera, pensarono invece che i pedoni fossero distratti quando non daltonici, e così incaricarono Karl Plegau, designer e psicologo del traffico (sic) di inventare il semaforo per i pedoni: bello grande e luminoso in Alexander Platz Auf Viederseen angolo Unter der Linden. C’era la neve, e soprattutto con dentro un simbolo all’epoca ritenuto inequivocabilmente comprendibile da chiunque: una “figura antropomorfa in forme archetipiche”.  


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COMMENTI
18/05/2015 - E' roba da matti! (claudia mazzola)

E per quelli che non rispettano il semaforo? A questo punto forse è meglio!