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Cronaca

CARCERI/ Voltaire si è fermato a Padova, parola di bici & panettoni

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A margine possiamo osservare che il lavoro svolto dal gruppo di ricercatori guidati dal prof. Perrone consente di costruire, secondo un approccio scientificamente fondato, la narrazione di una esperienza che spesso è considerata elitaria e comunque residuale nella vita di una società. Vicende come quelle della cooperativa Giotto – secondo il sentire comune – sarebbero qualcosa degno di interesse solo per gli addetti ai lavori, ossia chi già si interessa al tema della rieducazione nelle carceri (il carattere elitario) o comunque “frequenta” quegli ambienti della società civile in cui sorgono iniziative che non a caso vengono racchiuse nell’indistinto ed eloquente concetto di “terzo settore” (ed ecco anche il carattere residuale). I risultati della ricerca che oggi sarà presentata a Roma mostrano invece come l’esperienza della cooperativa Giotto è foriera di importanti indicazioni. Da un lato, la vicenda della cooperativa Giotto insegna qualcosa rispetto la vita della società nella sua interezza, nel senso che da essa emerge un suggerimento utile – quasi una indicazione di policy, si direbbe – per affrontare un problema che non investe semplicemente i detenuti ma concerne un pezzo importante del sistema giudiziario del nostro paese e dunque in ultima istanza la dimensione democratica. Dall’altro, l’esperienza imprenditoriale della Cooperativa sfida certe categorie concettuali che nonostante la crisi finanziaria continuano a circolare nel pensiero (economico ma non solo) mainstream, al punto da aver “smosso” un premio Nobel per l’economia come Stiglitz a scrivere che «è necessario un processo di ripensamento generale per trovare un nuovo equilibrio tra mercati, governi e altre istituzioni, inclusi i soggetti non profit e le cooperative, con lo scopo di costruire un sistema economico plurale […]. Ci siamo concentrati troppo a lungo su un solo modello, quello della massimizzazione del profitto, e in particolare su una variante di tale modello, un mercato incontrollato. Abbiamo visto che quel modello non funziona ed è chiaro che abbiamo bisogno di modelli alternativi. Abbiamo anche bisogno di far di più per identificare il contributo che queste forme alternative di organizzazioni (cioè le cooperative o imprese sociali) stanno dando alla nostra società e, quando parlo di contributo, non lo intendo appena in termini di PIL, ma come contributo alla soddisfazione».

È proprio per la possibilità di attribuire una portata universale ad una esperienza particolare che non si può poi tacere di ciò che anticipa e segue la ricerca condotta: il paper è infatti accompagnato da una prefazione e una postfazione che permettono di cogliere più chiaramente la posta in gioco. Nello svolgere alcune riflessioni introduttive allo studio, Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale, sottolinea come «quello di Giotto è un caso con evidenti caratteristiche di esemplarità: un’impresa sociale che interagisce con l’amministrazione pubblica, coniugando imprenditorialità e socialità con esiti rilevanti sul piano del recupero umano, dei rapporti familiari ricostruiti e della reintegrazione sociale dei detenuti nel tessuto normale delle nostre comunità». In particolare, l’autorevole giurista, riferendosi alla cronaca di questi tempi, non manca di sottolineare come «proprio nel momento in cui ci preoccupiamo della inefficienza degli strumenti della sussidiarietà verticale fino al punto di rischiare di buttare via il bambino con l’acqua sporca, occorre guardare con particolare attenzione anche all’altra componente della sussidiarietà, quella orizzontale con cui si cerca di uscire dalla rigida contrapposizione tra il “pubblico” e un privato inteso soltanto come mercato». Questo secondo Flick sarebbe uno dei meriti della ricerca in discorso.