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EUGENETICA/ La nuova sentenza della Consulta "scatena" la caccia all'embrione giusto

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Ma eliminare i soggetti più deboli, considerandoli difettosi, è un meccanismo arcaico con cui ci si difende dalla paura di soffrire e di far soffrire. Poiché non voglio che tu soffra, allora decido di non farti neppure nascere, con un atto d'arbitrio che non ha nulla a che vedere con l'etica della cura, autentica forma di pietas umana, che si è sviluppata lungo i secoli. Ma non ha nulla neppure dell'appassionata ricerca scientifica di chi, proprio partendo da quelli che appaiono difetti, si industria per cercare rimedi di cura, sfidando i limiti della tecnica e della scienza, spingendosi oltre, mosso dal desiderio di curare e se possibile di imparare a prevenire.

Paradossalmente, se la medicina avesse imboccato una logica di tipo schiettamente darwiniano, per cui matura il diritto a vivere solo il più forte, quello che è in grado di sopravvivere alla sua stessa specie, non ci sarebbe stato alcun bisogno di coltivare nei secoli una scienza come quella che si occupa di malattie rare e di farmaci orfani. Ci si sarebbe concentrati solo sulle tecniche di potenziamento umano, quell'enhancement che è comunemente utilizzato nel dibattito bioetico contemporaneo per indicare gli interventi non strettamente terapeutici, finalizzati a migliorare le caratteristiche di individui umani “normali e sani” per renderli sempre più potenti. Un viraggio di almeno 180 gradi per la medicina: non più curare ma solo potenziare.



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