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CHIESA/ Papa da una parte, vescovi dall'altra? Ecco quello che certi giornali non capiscono

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Angelo Bagnasco, presidente della Cei (Infophoto)  Angelo Bagnasco, presidente della Cei (Infophoto)

Due giovani vescovi, anagraficamente e di consacrazione, mi hanno detto di essere stati sorpresi dallo stile "Francesco". Mons. Anselmi, don Nico per gli amici, vescovo ausiliare di Genova, scout nel cuore, mi ha confidato che quasi non ascoltava ciò che il Papa diceva, preso com'era da quella sua capacità confidenziale e fraterna  nell'invitare al confronto. "Ha parlato poco e ascoltato molto" e "ha risposto con riferimenti personali, aneddoti e storie prese dal suo passato". "E' stato massimamente concreto". 

Ecco ciò che più spiazza una chiesa forse un po' anestetizzata dai troppi convegni e parole, tentata dall'autoreferenzialità e bloccata da una gerarchia ingombrante. "Ci ha provocato condividendo con noi quello che è il suo stile personale — ha affermato Mons. Paolo Giulietti, anche lui ausiliare, ma di Perugia — la vicinanza e l'accompagnamento alla gente sono i cardini della sua pastorale, che ci ha mostrato attraverso la forza della prassi". Un Papa insomma che parla di collegialità e comunione e che la mostra, saltando anche in maniera brusca i convenevoli per andare subito al sodo. 

Nessuna piaggeria; il tono dei due neovescovi, che conosco personalmente e, assicuro, non sono inclini a fare sconti, era sinceramente estasiato. Per scorticare un po', ho interpellato un paludato monsignore, pastore da anni in una città di provincia, ma non per questo meno addentro alle dinamiche ecclesiali. Il Cardinale Edoardo Menichelli, arcivescovo di Ancona, passato attraverso la dialettica aspra del Sinodo sulla famiglia e oggi impegnato più che mai a cercare di capire il senso e i segni di questo tempo ecclesiale. La provocazione di Papa Francesco lanciata alla Chiesa italiana, per il pastore marchigiano, è proprio sull'interpretazione della missione del vescovo, compresa in un Mistero più grande. Per lui si deve capire "che il vescovo non è un padrone di qualcosa o di qualcuno, ma colui che in nome di Gesù Cristo esercita la vicinanza nella verità e nella misericordia". E in questo il Papa dà l'esempio. "Molti lo percepiscono come nuovo — continua Menichelli — ma noi dobbiamo renderci conto che dobbiamo passare da un modo di ideare la pastorale, buono, ottimo, strutturato e fruttuoso in passato, ad un altro tipo di pastorale, capace di coniugare le due famose parole: Verità e Misericordia". Ma attenzione, non si tratta di "inventare verità o accelerare o ridurre la misericordia" ma di guardare in faccia chi si ha davanti, il famigerato "Popolo" e di "impastare con il tempo che viviamo una sorta di paternità incarnata". 

Menichelli confida in una conversione lenta ma per tutti. E le resistenze? gli chiedo. Lui: "Chi resiste non è resistente al Papa. Dovrebbe fare un esame di coscienza, perché è resistente allo Spirito di Dio. Ci siamo incartati, la pastorale è incartata in certi ambiti, con il risultato di aver imbottigliato lo Spirito Santo. Dobbiamo inginocchiarci e pregare, rendendo il nostro cuore molle all'azione dello Spirito, friabile". Nelle parole del saggio cardinale tutta la sfida della Chiesa italiana. 



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