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CARDIOLOGIA E MATRIMONI/ Per non morire di crepacuore: il dolore e la sua negazione

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Negare al dolore la possibilità di entrare nella nostra vita come una crepa dalla quale possa paradossalmente passare anche la luce, censurarne la presenza cercando scorciatoie verso una felicità spesso effimera, sembra la via più breve per risolvere i problemi dell’esistenza; eppure i risultati a lungo termine ci dicono come spesso, in questo modo, i problemi si ripresentino poi in maniera inesorabile, spesso persino amplificati.

Nella società occidentale, la chiesa cattolica viene spesso tacciata su vari fronti di rigidità, e questo discorso vale anche quando si affronta il problema delle persone separate, divorziate e in nuova unione. Come se proprio chi ha scelto di seguire Cristo non fosse in grado di avvicinare soprattutto chi si trova in una condizione di sofferenza. Bisognerebbe sapere, invece, che, anche se errori ed incertezze sono sempre presenti, proprio all’interno della Chiesa si è aperto un momento di grande riflessione su questi temi e di desiderio di cammino comune con tante persone che hanno affrontato ferite familiari. 

All’interno della diocesi milanese, ad esempio, i singoli decanati hanno da tempo avviato un percorso di fede: “molte persone – mi spiega un amico che segue questi incontri – si sono allontanate da sole dalla chiesa, perché partite dalla sensazione d’essere in difetto. Noi invece vogliamo mostrare che esse in realtà sono attese”. Sembra più corrispondente al vero che, attraverso la comunità della sua chiesa, “il Signore” sia “vicino a chi ha il cuore ferito”, titolo che più di una volta compare nei materiali di supporto a questo particolare cammino pastorale e che, meglio di tante parole, riassume il racconto dell'esperienza di chi potuto conoscere la paternità, la misericordia e l'accoglienza di Dio attraverso una chiesa che non ha mai paura di versare olio sulle ferite dell'uomo.

Argomenti troppo difficili, forse, per chi, come il sottoscritto, é chiamato semplicemente a continuare il suo lavoro di cardiologo, tutti i giorni in ospedale. Ma, forse, riprendere in mano quell'articolo di Circulation e provare a leggerlo con occhi diversi, può essere utile esercizio. Occhi che non siano solo strumento, per quanto importante, per raccogliere un'anamnesi, riconoscere sintomi e segni clinici ed operare per una diagnosi ed una terapia corrette, ma anche sorta di nuove lenti con cui osservare la realtà, esercitare un’empatia, mantenere in esercizio un'umanità che sempre ha bisogno di un'educazione e di una compagnia al cammino. Viene in mente Antonio Rodari – autore del bellissimo libro “La camomilla ha sconfitto il male” - medico dell'Istituto dei tumori di Milano, morto proprio di tumore all'inizio degli anni novanta. Lui, che visse con pienezza gli anni della malattia, senza mai chiamarla disgrazia, preferendo lasciare solo quel “grazia” finale e vivere la questione così. “Il medico – scriveva Antonio - deve essere vero con se stesso e con la vita. Per poter vivere con verità il destino dell'altro deve essere aiutato a vivere con verità il proprio destino. 


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