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IL CASO/ Loris Stival, 8 anni, ucciso senza un perché, ma"premiato" dalla tv

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Veronica Panarello (Infophoto)  Veronica Panarello (Infophoto)

"Scusi, Loris ce l'ha fatta a realizzare cosa?", chiedo. "Secondo il mio cuginetto, Loris ce l'aveva fatta ad andare in tv". Un bambino di 8 anni, innocente, educato bene, subisce già nel suo universo simbolico l'effetto tv. L'importante è apparire, ciò che conta è arrivare a contare qualcosa. E questo come si documenta? Attraverso il fatto che la tv parli di te.

La riflessione si allarga, alcuni restano senza parole. Decidiamo che ci reincontreremo per approfondire la questione.

Nell'aula dello storico monastero dei Benedettini a Catania ci sono di nuovo un centinaio di studenti. La discussione riparte dal caso di Santa Croce Camerina. La madre di Loris, nel frattempo, è stata trasferita al carcere di Agrigento. Alcune cronache ne hanno fatto già un "mostro" perché non è ipotizzabile che una madre possa ammazzare il proprio figlio. Angelo, studente di primo anno con un futuro da musicista, chiama in ballo la "realtà che comanda su tutto": sulle nostre interpretazioni, sui pregiudizi, sulle sensazioni. E invita i compagni a non dividere il mondo in buoni e cattivi, in "mostri" e "umani": "quel delitto — dice — è banalmente umano". "Già — interviene Elisa che studia filosofia — è proprio quello che scrive Hannah Arendt sulla banalità del male". "No — insorgono alcuni — noi non siamo come loro". 

Decidiamo di ascoltare insieme alcune canzoni sul tema. Prospero, matricola di lettere, si offre di suonare e cantare "Auschwitz" di Francesco Guccini. Cosa c'entri la canzone con il caso Loris si capisce presto. "Io chiedo — ascoltiamo nella canzone di Guccini — come può un uomo uccidere un suo fratello. (…) Io chiedo quando sarà che l'uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare…". Angelo propone di rispondere con i versi di un'altra canzone, "La nuova Auschwitz" di Claudio Chieffo. Parola accordata. "Ora siamo tornati ad Auschwitz/ dove ci è stato fatto tanto male,/ e noi tutti lo possiamo fare./ Non è difficile essere come loro".

Sonia riprende la parola e racconta di sua zia. "Una volta che si parlava della mamma di Loris, a mia zia scappò questa frase: come è stato possibile? Quella donna la conoscevo, ci vedevamo ogni mattina a scuola per via dei nostri figli. Ho pensato: ma allora potrebbe succedere pure a me in un momento in cui perdo la pazienza…". Sonia si ferma un attimo, e poi riprende: "Criticavo mia zia per quelle parole, non le potevo accettare. Ma riflettendoci non possiamo puntare il dito contro nessuno, dovremmo invece capire cosa c'è dietro il male e cercare di starne lontani".

 Un'altra studentessa, di cui non ho appuntato il nome, tira in ballo un articolo di Domenico Quirico scritto subito dopo la liberazione dal rapimento in Libia. La invito a leggerne un brano. Eccolo, riportato testualmente: "Quei due ragazzi [miliziani di Gheddafi, che hanno fatto scappare il giornalista nonostante egli fosse un loro nemico, ndr] mi hanno insegnato praticando negli atti la carità che è la vera, unica forma che assume il divino nel mondo, che non ci sono qui buoni e cattivi divisi da una linea da un fronte da una causa da una bandiera. Sono mescolati tra gli uni e gli altri forse soffocati e zittiti dalla grande nube di odio e di dolore in cui si agitano, ma che il loro senso di giustizia e di onore è sempre lì pronto ad affiorare e a manifestarsi" (La Stampa, 26 agosto 2011).


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