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MIRACOLO DEL NAVIGLIO/ Michi, solo un Altro può far battere il nostro cuore ghiacciato

Michi, il giovane di 14 anni rimasto 43 minuti sott'acqua nel Naviglio, secondo le leggi di natura sarebbe dovuto morire, invece è sopravvissuto. La sua storia è la nostra. FEDERICO PICHETTO

Alberto Zangrillo, del S. Raffaele, ha curato Michi (Infophoto) Alberto Zangrillo, del S. Raffaele, ha curato Michi (Infophoto)

C'è una storia. È quella del giovane Michi, 14 anni, rimasto per più di quaranta minuti immerso nelle gelide acque del Naviglio di Castelletto di Cuggiono, in provincia di Milano, dopo uno sciagurato tuffo in cui un piede incastrato lo ha imprigionato per troppo tempo sott'acqua. Salvato dai sommozzatori, il ragazzo è stato però sorprendentemente rianimato e portato all'ospedale San Raffaele dove l'équipe del professor Zangrillo ha tentato un intervento sulla carta totalmente irrazionale considerando che sono venti i minuti in cui si può sopravvivere in immersione ad una temperatura non superiore ai 5 gradi, mentre per ben quaranta minuti Michi è rimasto bloccato a 15 gradi. Eppure l'intervento è riuscito ed oggi, a più di un mese, il giovane ride, scherza e inizia il suo percorso di riabilitazione. 

Molti dibattono sul fatto che tutto ciò sia attribuibile alla scienza piuttosto che all'intervento di Dio e, se la madre di Michi ringrazia chi ha pregato per lui, altri parenti sottolineano il coraggio dei medici nell'intraprendere una procedura che non aveva altro fondamento se non qualche caso analogo avvenuto anni addietro nei mari del nord. Ma dietro la storia, dietro i dibattiti, c'è molto di più. 

C'è anzitutto una domanda molto semplice: che differenza c'è tra miracolo e scienza? La coscienza del miracolo sorge in noi sempre da un'intuizione, da una conoscenza che trova il suo fondamento nella percezione di un qualcosa che va oltre quello che si vede, ma che inesorabilmente c'è. Il miracolo è sempre una forma di conoscenza, una forma di credito verso la realtà nella sua globalità, fino a considerarne il punto ultimo, il punto sorgivo, il Mistero che la fa. 

Ecco, allora, la seconda verità che sta dietro tutta questa storia: il simbolo. La vicenda di Michi racconta la storia di ognuno di noi, di chi — come me e come te — ha il cuore fermo, ghiacciato, che solo l'intervento carnale e tangibile di un Altro può far ricominciare a battere. Nessuno torna in vita, si rianima, da solo: tutti abbiamo sempre bisogno di un Altro che ci ridesti, che ci riporti alla vita. Per questo sono due le cose più grandi dell'esistenza: il cuore e la realtà. Senza la realtà il cuore si ghiaccerebbe e il tempo sarebbe solo uno scorrere inutile di istanti.

Noi abbiamo bisogno della realtà, abbiamo bisogno della moglie, del marito, dei figli, del lavoro o degli amici. Abbiamo perfino bisogno del dolore. Perché altrimenti il cuore si fermerebbe e niente ci darebbe la reale possibilità di gustare la vita. Nella storia di Michi c'è tutta la nostra povera storia, tutta la vita di chi ha bisogno ogni giorno di tornare a vivere, di sentire davvero battere questo nostro piccolo (e grande) cuore di carne.

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