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LA STORIA/ Padiglione Nepal, ecco l'Italia dell'Expo che risponde ai black bloc

Pubblicazione:domenica 3 maggio 2015

Expo 2015, il Padiglione zero (Infophoto) Expo 2015, il Padiglione zero (Infophoto)

Il padiglione del Nepal all'Expo 2015 di Milano è chiuso perché i Nepalesi, molti dei quali colpiti da un lutto in famiglia, sono tornati in fretta e furia nel loro paese martoriato. Accanto a questa notizia ovvia nella sua crudezza, ce n'è un'altra, meravigliosa. Che mi piacerebbe diventasse un hashtag più importante di quello dei black bloc. Ed è che imprese italiane, lavoratori siciliani, calabresi, campani, abruzzesi, laziali, toscani, emiliani, lombardi, veneti e friulani, stanno completando i lavori del Padiglione Nepal. Gratis. Questa è l'Italia che mi piace e tutto il resto sono chiacchiere.

Non sappiamo guardare solo il nostro ombelico, sappiamo alzare lo sguardo e accorgerci del nostro prossimo e del vuoto che lascia quando non c'è più e sappiamo pregare anche con le mani, i chiodi, i martelli e gli scalpelli. Questa notizia merita le prime pagine. È questa la notizia che ripulirà le vetrine imbrattate, che porterà via le macchine bruciate e rovesciate, che farà tacere la violenza. C'era da prendere chiodi e martelli e dargli di olio di gomito gratis e nel tempo libero: cioè, c'era da amare. Perché l'amore è così: gratuito e ti succhia la vita e tu te la fai succhiare che vorrebbe dire che la doni, che vorrebbe dire che dai il tuo tempo libero ad un altro. Amore altissimo perché qui "l'altro" non sai chi è. Era solo quello che lavorava al Padiglione accanto. Ci sono notizie con una grande chioma ma poca radice. Notizie che seccano presto. E poi ci sono notizie come questa. Tanta radice profonda a reggere la terra e a dare nutrimento a quella piccola piantina che si vede all'esterno. È una piccola pianta con radici profonde. Ci svela un'Italia che ci piace. La devi cercare tra le notizie minori, ma vive delle radici generose e buone dell'animo italiano e della solidarietà umana che non conosce differenza tra culture e nazioni.

Si chiama lavoro, si chiama amore, si chiama Italia che non chiacchiera. Si chiama uomo. Perché il lavoro dà dignità ancor prima che stipendio e posizione sociale, perché l'Italia è fatta di brave persone, perché il mondo è fatto di brave persone e non è retorica o ingenuità ed è proprio vero. C'è un cantiere che non si è fermato e dove si parlano tutte le lingue. I turni li fa il cuore. Non quello dei cuoricini ma degli operai specializzati. Delle mani abili a costruire e a dire in tutte le lingue: io ci sono.



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COMMENTI
03/05/2015 - Lavoro (Giuseppe Crippa)

Caro don Mauro, non sono documentato e potrei sbagliarmi, ma credo che il fatto che il padiglione nepalese venga completato da operai italiani debba essere ascritto non tanto a lavoratori dipendenti (che ovviamente non possono decidere del loro tempo se non mettendosi in ferie e comunque non possono usare le attrezzature dell'azienda senza permesso) quanto a titolari di piccole imprese o a singoli artigiani che decidono di usare del tempo loro e di quello dei loro dipendenti per questo nobile scopo piuttosto che per il solito denigrato profitto. Se fosse così come penso, la mia stima e la mia ammirazione andrebbero innanzi tutto a questi imprenditori.

RISPOSTA:

Non so essere così preciso. Questo è il link più particolareggiato che ho trovato ed è quello che ha dato spunto al mio pezzo http://www.vita.it/it/article/2015/04/29/expo-il-padiglione-del-nepal-completato-gratis-dagli-altri-operai/133949/ ML