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DANTE ALIGHIERI/ Il messaggio del papa per il 750esimo anniversario

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In occasione della solenne celebrazione del 750° anniversario della nascita del sommo poeta Dante Alighieri, che si tiene presso il Senato della Repubblica Italiana, desidero rivolgere a Lei e a quanti saranno partecipi della commemorazione dantesca il mio cordiale e amichevole saluto. In particolare lo porgo al Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, al Presidente del Senato, Pietro Grasso, a cui vanno le mie vive congratulazioni per questa significativa iniziativa, al Ministro Dario Franceschini; e lo estendo a tutte le Autorità presenti, ai Parlamentari, alla Società Dante Alighieri, agli studiosi di Dante, agli artisti e a quanti con la loro presenza vogliono onorare una delle figure più illustri non solo del popolo italiano ma dell’umanità intera.

Con questo messaggio vorrei unirmi anch’io al coro di quanti considerano Dante Alighieri un artista di altissimo valore universale, che ha ancora tanto da dire e da donare, attraverso le sue opere immortali, a quanti sono desiderosi di percorrere la via della vera conoscenza, dell’autentica scoperta di sé, del mondo, del senso profondo e trascendente dell’esistenza.

Molti miei Predecessori hanno voluto solennizzare le ricorrenze dantesche con documenti di grande importanza, in cui la figura di Dante Alighieri veniva riproposta proprio per la sua attualità e per la sua grandezza non solo artistica ma anche teologica e culturale.

Benedetto XV dedicò al Sommo Poeta, in occasione del VI Centenario della morte, l’Enciclica In praeclara summorum, datata 30 aprile 1921. Con essa il Papa intendeva affermare ed evidenziare «l’intima unione di Dante con la Cattedra di Pietro». Ammirando «la prodigiosa vastità ed acutezza del suo ingegno», il Pontefice invitava a «riconoscere che ben poderoso slancio d’ispirazione egli trasse dalla fede divina» e a considerare l’importanza di una corretta e non riduttiva lettura dell’opera di Dante soprattutto nella formazione scolastica ed universitaria.

Il beato Paolo VI, poi, ebbe particolarmente a cuore la figura e l’opera di Dante, a cui dedicò, a conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II, esattamente cinquant’anni fa, la bellissima Lettera Apostolica Altissimi cantus, in cui indicava, con grande sensibilità e profondità, le linee fondamentali e sempre vive dell’opera dantesca. Paolo VI con forza e intensità affermava che «nostro è Dante! Nostro, vogliamo dire, della fede cattolica» (n. 9). Quanto al fine dell’opera dantesca, Paolo VI affermava chiaramente: «Il fine della Commedia è primariamente pratico e trasformante. Non si propone solo di essere poeticamente bella e moralmente buona, ma in alto grado di cambiare radicalmente l’uomo e di portarlo dal disordine alla saggezza, dal peccato alla santità, dalla miseria alla felicità, dalla contemplazione terrificante dell’inferno a quella beatificante del paradiso» (n. 17). Citava, poi, il significativo passo della lettera del Poeta a Can Grande della Scala: «Il fine del tutto e della parte è togliere dallo stato di miseria i viventi in questa vita e condurli allo stato di felicità» (n. 17).



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