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Cronaca

EXPO 2015/ 2. Renzi lo usi per "intervenire" in Libia

Il luogo giusto per trovare soluzioni agli esodi dalle coste libiche è l’Expo di Milano, non l’Ue, l’Onu, o la Nato. ANTONIO INTIGLIETTA ci spiega per quali ragioni

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«L'Expo di Milano ha aperto i battenti ma non ha ancora deciso cosa essere per davvero: un puro show autoreferenziale, un evento mediatico, una finzione di riflessione sui problemi del pianeta. Oppure se vuol essere un fatto, un momento di cambiamento reale: nelle coscienze, nel modo di far politica ed economia. Finora l'unico ad aver preso sul serio la sfida di un Expo che vuol essere di scopo e non d'immagine è stato papa Francesco. Ma tutti quelli che hanno a cuore l'Esposizione hanno ancora tempo per seguirlo». Antonio Intiglietta, ex vicesindaco di Milano, presidente esecutivo di GeFi e patron di quel particolare Expo annuale che è l'Artigiano in Fiera, sceglie un "tornello" molto speciale per entrare nella piattaforma di Rho: le spiagge di Lampedusa, il gate dei barconi della vita disperata e troppo spesso della morte. «Se l'Expo vuole veramente chiamare a consulto i paesi del globo sui modi in cui gli abitanti del pianeta si nutrono, cioè vivono - dice Intiglietta - è impossibile non partire dal dramma del Mediterraneo». Anzi: «Il luogo giusto per trovare soluzioni agli esodi dalle coste libiche è l'Expo di Milano, non la Ue, l'Onu, o la Nato».

La crisi libica e le stragi nel Mediterraneo sembrano un problema essenzialmente politico-militare: cosa c'entra l'Expo?

La premessa dei governi - a partire da quello italiano - è sbagliata: ed è probabilmente questa la ragione per la quale finora non è stata partorita una sola risposta seria. Pensare di bombardare i barconi vuol dire anzitutto ignorare - sapendo di ignorare - ciò che accade da molti anni nelle migliaia di chilometri che separano gli imbarchi libici dal cuore dell'Africa: dove milioni di persone vengono spinte senza sosta e senza alternative. Nessuna alternativa alla fame se non fuggire in Europa. E l'alimentazione è o non è il tema dell'Expo di Milano, in Europa?

Ma cosa può fare l'Expo per l'Africa e la sua ferita aperta nel Mediterraneo?

L'Expo deve fare almeno due cose, tenendo conto che fra gli espositori vi è la larga maggioranza dei paesi del mondo: europei, africani, americani, asiatici. Ricchi e poveri. Un primo è accendere un vero dibattito sullo stato dell'economia del pianeta, a partire dai flussi di materie prime alimentari e non alimentari. Commodities industriali di cui molti paesi avanzati continuano a rifornirsi in Africa come se fossimo nel diciannovesimo secolo e non nel ventunesimo. Cibo che l'Africa non produce o non riceve anche nel ventunesimo secolo. Ma la cosa più importante che può fare l'Expo è re-investirsi: subito, in Africa.

Reinvestirsi come? 

L'Expo è costato oltre due miliardi, fra impegno dell'Italia e investimenti dei paesi ospitati. Bene: tutti possono decidere di mettere a disposizione una cifra analoga per una grande intervento strategico in Africa: meglio se ogni anno sulla base di un piano pluriennale. Un bombardamento di aiuti, una nuova provocazione agli stessi paesi africani: dovete investire sulla vostra autodeterminazione.

Non è una visione legata a un terzomondismo tradizionale?