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OVAIE CONGELATE/ Avere un figlio 14 anni dopo, egoismo o desiderio di infinito?

Una donna belga di 27 anni è diventata mamma dopo il reimpianto dell'ovaio che le era stato asportato quando aveva quattordici anni. Cosa ci insegna questa storia? MONICA MONDO

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Dovremmo esaltarci per i traguardi della scienza, benedire le capacità dell’intelligenza dell’uomo, quando riesce a scoprire l’impensabile, quando riesce a realizzare l’impossibile. Avete letto di quella donna, in Belgio, cui è stato trapiantato, a 27 anni, l’ovaio che le era stato tolto a 13, e congelato per sottrarlo a una cura che l’avrebbe reso infertile. E che ha dato alla luce un bambino. Fantastico. Una ragazzina con una malattia così grave da impedirle quel che più è futuro per una donna, cioè un figlio. E questo azzardo della medicina, che ha sperimentato su di lei una possibilità straordinaria, utilizzando quelle tecniche, quella parola – congelamento – che di solito sentiamo e leggiamo applicata alla manipolazione dell’uomo, ridotto a tessuto, cellula da “lavorare” in laboratorio. I tessuti sono così vivi, che dopo 14 anni permettono la vita. I tessuti sono marchiati di noi, portano il segno della nostra identità. Se lo è un ovaio, figuriamoci il frutto di quell’ovaio, foss’anche una cellula sola, ancor più un grumo di cellule, un embrione, un feto. Non pezzi da montare e smontare, ma vita da custodire, e per generare altra vita. Eccezionale. Beato lo scienziato che sa rischiare, osare tanto per cercare il bene, di una ragazza e della scienza. Non c’è progresso se il fine non è l’uomo, non c’è limite se non pensando al bene dell’uomo, e il bene può chiedere di porsi limiti, di fermarsi. Almeno per prudenza, per rispetto di quel che non sappiamo.

Quel che è accaduto in Belgio è la frontiera che apre le porte alla speranza per tantissime donne, che spalanca altre strade per sperimentare salvezza agli uomini. Proprio nel cuore di quest’Europa che si affanna a considerare i figli un diritto, un possesso, che ritiene lecito quel che è “libido”, direbbe Dante, ovvero desiderio, non importa se distorto, o ridotto, perché un figlio non è mai per sé, non è mai un possesso da acquisire, a tutti i costi. E che della somma di tante libido fa leggi, decretate a maggioranza, come se non si trattasse di noi, del modo di concepire chi siamo e il nostro destino.

Nella parola desiderio c’è però un brivido di infinito, di mistero, un’apertura, quando spesso quel che alberga nel dcuore e determina leggi è solo pretesa, soddisfazione, rivalsa, ovvero l’occhio puntato su di sé, egoismo. E invece, quel grappolo di ghiandole appena sviluppato e pronto per il suo compito, generare, essere mezzo di maternità, si è mantenuto vivo, vitale, accogliente, in attesa, per 14 lunghissimi anni, in silenzio, senza mai spegnersi. E insperabilmente, o sperabile solo come eccezione (quasi miracolo) risvegliato, è diventato nido per un bambino.