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Cronaca

FAMILY DAY/ Testimonianza vs. manifestazioni pubbliche? No, grazie

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Le testimonianze si declinano sul fronte dei fatti concreti dove ciascuno è personalmente e immediatamente responsabile di ciò che fa (le opere), di ciò che è (la sollecitudine per l'altro) e persino di ciò che difende (i valori che riesce ad incarnare). In questo caso si è in gioco personalmente e quotidianamente, si vedono i limiti e le virtù di ciascuno, emergono le nostre qualità come le nostre meschinità. In quest'ambito gli argomenti non bastano, ci vuole la grazia. La testimonianza implica la grazia di un'appartenenza, mentre la presa di parola si fonda a partire da una convinzione.

Il testimone che vive nell'universo quotidiano del proprio lavoro e della propria famiglia prima di argomentare opera, il manifestante che invece partecipa ad un'espressione pubblica di approvazione o di dissenso, prima di testimoniare argomenta: per quanto i due ruoli appaiono spesso sovrapposti nella stessa persona non sembra esserci dubbio sui rispettivi luoghi di esercizio: nell'ambito della vita personale per il primo e in quello della presa di parola pubblica per il secondo.

Qualsiasi commistione tra i due piani sociali è fuorviante. Manifestare dando al proprio agire il solo valore della testimonianza, non curando adeguatamente le ragioni che la muovono, rischia facilmente di far scivolare la presa di posizione nella retorica e di alimentare un puro scontro tra diversità culturali, tanto esaltante quanto inefficace. In pari modo e con un errore opposto, rovesciare nella vita quotidiana, anziché la testimonianza silenziosa ma efficace di ciò che si è, le parole d'ordine di una presa di parola politica, dà vita a quelle forme di militanza del quotidiano che tanto facilmente sono smentite da una vita che richiede invece sensibilità e attenzione alle circostanze. 

Se la testimonianza può vivere della semplice presentazione di sé stessa, la presenza nel contenitore dell'opinione pubblica si alimenta di ragioni. Si tratta di un'avvertenza indispensabile: solo rovesciando il tavolo della pura contrapposizione tra testimonianze, per insediarsi ancora più stabilmente in quello delle analisi e degli argomenti, è possibile cambiare il corso di certi processi che sembrano invece arrivare in modo irrimediabile. È questa la lezione che ci viene dalla Spagna e dalla Francia, dove manifestazioni di portata mai vista sono state ben lontane dall'intaccare il primato culturale che la teoria del gender aveva già conquistato nelle istituzioni.

Una manifestazione di massa non cambia la concezione dell'uomo implicita nei nuovi diritti, può solo cercare di arrestare, seppur provvisoriamente, un disegno di legge richiamando alle loro responsabilità i rappresentanti del popolo che si apprestano a votarlo. Il resto va fatto ai tavoli di confronto. Se intervenire per bloccare l'avanzata di un ddl rientra, in democrazia, nelle normali attività di una specifica componente culturale, non confondere il diritto alla presa di parola con la volontà di testimonianza appare decisivo. 


COMMENTI
25/06/2015 - con simpatia (giorgio bendazzoli)

meno male che qualcuno si è preoccupato di ricordarci come sia bello nascere ed imparare a vivere in una famiglia dove due persone, un uomo ed una donna, con coraggio ed ottimismo sanno promettersi amore per tutta la vita davanti ad un altare. grazie

 
24/06/2015 - Chi rappresenterà il popolo? (Giuseppe Crippa)

Caro Abbruzzese, è vero che una manifestazione di massa non cambia la concezione dell’uomo implicita nei nuovi diritti, ma contribuisce a mostrare che questa concezione non è maggioritaria nel popolo nonostante gli sforzi di chi cerca di mostrare il contrario. Quanto al ”resto che va fatto ai tavoli di confronto”, Le dico fin fa subito che mi sentirò rappresentato a quei tavoli dalle persone che hanno parlato dal palco di piazza San Giovanni e non da altre, il cui contributo – se riterranno di offrirlo – sarà comunque ben accetto.

 
24/06/2015 - testimoniare in ogni occasione, opportuna e non (fabio sansonna)

Dopo il milione di persone in piazza S.Giovanni, prima manifestazione ecumenica ed interreligiosa SPONTANEA della storia dell'umanità, (e finiamola di dire che è stata una manifestazione cattolica, non è vero), dai circoli dei salotti dei cattolici benpensanti sorpresi dal successo inaspettato si sta diffondendo una subdola falsità , e cioè che adesso che si è scesi in piazza bisogna dimostrare che si vive un'autentica esperienza di famiglia: è proprio il contrario, chi è andato a Roma è perché viveva già un'esperienza di famiglia. A Roma non si è andati contro nessuno, ma di sicuro contro una legge che è contro i nostri figli. Questa è la prova che viviamo già un'esperienza con i nostri figli, e la difendiamo.Chi è andato a Roma non deve dimostrare niente , tantomeno ai benpensanti che non ci sono andati, Anzi sono loro che devono dimostrare ciò in cui credono . Ma molti di loro non hanno neanche famiglia perché hanno un'altra vocazione, e avrebbero fatto meglio a tacere.

 
24/06/2015 - dialogo vs scontro (roberto castenetto)

Nel Cinquecento la Riforma fu fermata dalla fede (le confraternite e i santuari mariani) e l'Islam fu fermato con la guerra. Esclusa la violenza, esercitata però ancora oggi dagli Stati contro qualcuno, è ovvio che le "armi" a disposizione sono quelle della ragione e della fede o testimonianza. Non si va ovviamente in piazza con il Rosario, bensì con la forza delle argomentazioni, più o meno articolate. Si può discutere sull'efficacia delle argomentazioni nella società odierna, ma una cosa è certa: tra i cattolici abbiamo assistito negli ultimi cento anni a una grave debolezza sia di argomentazioni sia di testimonianze. Si vuole andare incontro al mondo e fare proprie le categorie del mondo; ma la chiesa deve contestare il mondo, altrimenti cosa ci sta a fare nel mondo?

 
24/06/2015 - E...e, non o...o (dario ceriani)

Concordo con quanto detto da Canti e chiedo ad Abruzzese cosa ha visto a Roma, paradossalmente troppe persone con il rosario in mano che pensavano di andare in processione a testimoniare o poche valide argomentazioni dal palco dei relatori? Sebbene la mentalità dominante sia ormai "dominante" non significa che sia tempo perso usare la piazza o che sia adeguata una scelta "religiosa", cosicchè tra qualche decennio le coscienze avranno riguadagnato la loro solidità umana e la piazza dovranno usarla "gli altri", a loro volta passati in minoranza ... Occorre l'esperienza della fede, l'educazione, la testimonianza, la manifestazione, la discussione politica e la legiferazione. Tutti hanno i primi compiti, molti quelli della manifestazione e della discussione politica, alcuni anche l'ultimo. Se il milione di Roma fossero stati 2 o 3 o 4 (mancavo io!!) vi assicuro che la forza contrattuale di chi ha il compito della politica sarebbe ben maggiore nel momento del confronto con posizioni contrarie per legiferare in materia di diritti per la famiglia e per l'educazione. E questo vale anche per deputati o senatori titubanti che dovranno votare. Detto questo, continuiamo ad approfondire questi temi (grazie Abruzzese!) perchè c'è grande confusione sotto il cielo ma la situazione non è eccellente.

 
24/06/2015 - Sociologia (paolo canti)

scomodare la sociologia per dire (tra le righe) che scendere in piazza non è la soluzione ai problemi forse è eccessivo. Basta un po' di realismo. Ma mi chiedo perché continuare a contrapporre le due cose? è ovvio che non sono incompatibili, anzi sono necessariamente complementari almeno finché ce lo permetteranno. Quando gli spazi pubblici ci saranno preclusi continueremo a fare quello che possiamo dove potremo (come i nostri fratelli del Medioriente), ma addirittura anticipare la cosa mi sembra poco intelligente. Più continuamo a contrapporre le cose più male ci facciamo.