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FAMILY DAY/ Testimonianza vs. manifestazioni pubbliche? No, grazie

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Il primo apre al dibattito ed al confronto mentre la seconda, una volta proclamata sul piano della presa di parola pubblica, sfocia nel rinvio identitario su se stessi, su ciò che si è. Il primo risponde ad un'esigenza di manifestare un principio e chiederne la difesa, la seconda a quella di proclamare un'identità e chiederne il riconoscimento. Il primo può potenzialmente includere tutti coloro che si riconoscono nei principi da sostenere, la seconda può invece potenzialmente escludere tutti coloro che non sono dentro la stessa appartenenza identitaria. L'indiscutibile successo della manifestazione di Roma del 20 giugno apre così dei nuovi piani di lavoro. Occorrerà svilupparlo facendo sì che la dimensione dell'argomentazione prevalga su quella del semplice riflesso identitario.



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COMMENTI
25/06/2015 - con simpatia (giorgio bendazzoli)

meno male che qualcuno si è preoccupato di ricordarci come sia bello nascere ed imparare a vivere in una famiglia dove due persone, un uomo ed una donna, con coraggio ed ottimismo sanno promettersi amore per tutta la vita davanti ad un altare. grazie

 
24/06/2015 - Chi rappresenterà il popolo? (Giuseppe Crippa)

Caro Abbruzzese, è vero che una manifestazione di massa non cambia la concezione dell’uomo implicita nei nuovi diritti, ma contribuisce a mostrare che questa concezione non è maggioritaria nel popolo nonostante gli sforzi di chi cerca di mostrare il contrario. Quanto al ”resto che va fatto ai tavoli di confronto”, Le dico fin fa subito che mi sentirò rappresentato a quei tavoli dalle persone che hanno parlato dal palco di piazza San Giovanni e non da altre, il cui contributo – se riterranno di offrirlo – sarà comunque ben accetto.

 
24/06/2015 - testimoniare in ogni occasione, opportuna e non (fabio sansonna)

Dopo il milione di persone in piazza S.Giovanni, prima manifestazione ecumenica ed interreligiosa SPONTANEA della storia dell'umanità, (e finiamola di dire che è stata una manifestazione cattolica, non è vero), dai circoli dei salotti dei cattolici benpensanti sorpresi dal successo inaspettato si sta diffondendo una subdola falsità , e cioè che adesso che si è scesi in piazza bisogna dimostrare che si vive un'autentica esperienza di famiglia: è proprio il contrario, chi è andato a Roma è perché viveva già un'esperienza di famiglia. A Roma non si è andati contro nessuno, ma di sicuro contro una legge che è contro i nostri figli. Questa è la prova che viviamo già un'esperienza con i nostri figli, e la difendiamo.Chi è andato a Roma non deve dimostrare niente , tantomeno ai benpensanti che non ci sono andati, Anzi sono loro che devono dimostrare ciò in cui credono . Ma molti di loro non hanno neanche famiglia perché hanno un'altra vocazione, e avrebbero fatto meglio a tacere.

 
24/06/2015 - dialogo vs scontro (roberto castenetto)

Nel Cinquecento la Riforma fu fermata dalla fede (le confraternite e i santuari mariani) e l'Islam fu fermato con la guerra. Esclusa la violenza, esercitata però ancora oggi dagli Stati contro qualcuno, è ovvio che le "armi" a disposizione sono quelle della ragione e della fede o testimonianza. Non si va ovviamente in piazza con il Rosario, bensì con la forza delle argomentazioni, più o meno articolate. Si può discutere sull'efficacia delle argomentazioni nella società odierna, ma una cosa è certa: tra i cattolici abbiamo assistito negli ultimi cento anni a una grave debolezza sia di argomentazioni sia di testimonianze. Si vuole andare incontro al mondo e fare proprie le categorie del mondo; ma la chiesa deve contestare il mondo, altrimenti cosa ci sta a fare nel mondo?

 
24/06/2015 - E...e, non o...o (dario ceriani)

Concordo con quanto detto da Canti e chiedo ad Abruzzese cosa ha visto a Roma, paradossalmente troppe persone con il rosario in mano che pensavano di andare in processione a testimoniare o poche valide argomentazioni dal palco dei relatori? Sebbene la mentalità dominante sia ormai "dominante" non significa che sia tempo perso usare la piazza o che sia adeguata una scelta "religiosa", cosicchè tra qualche decennio le coscienze avranno riguadagnato la loro solidità umana e la piazza dovranno usarla "gli altri", a loro volta passati in minoranza ... Occorre l'esperienza della fede, l'educazione, la testimonianza, la manifestazione, la discussione politica e la legiferazione. Tutti hanno i primi compiti, molti quelli della manifestazione e della discussione politica, alcuni anche l'ultimo. Se il milione di Roma fossero stati 2 o 3 o 4 (mancavo io!!) vi assicuro che la forza contrattuale di chi ha il compito della politica sarebbe ben maggiore nel momento del confronto con posizioni contrarie per legiferare in materia di diritti per la famiglia e per l'educazione. E questo vale anche per deputati o senatori titubanti che dovranno votare. Detto questo, continuiamo ad approfondire questi temi (grazie Abruzzese!) perchè c'è grande confusione sotto il cielo ma la situazione non è eccellente.

 
24/06/2015 - Sociologia (paolo canti)

scomodare la sociologia per dire (tra le righe) che scendere in piazza non è la soluzione ai problemi forse è eccessivo. Basta un po' di realismo. Ma mi chiedo perché continuare a contrapporre le due cose? è ovvio che non sono incompatibili, anzi sono necessariamente complementari almeno finché ce lo permetteranno. Quando gli spazi pubblici ci saranno preclusi continueremo a fare quello che possiamo dove potremo (come i nostri fratelli del Medioriente), ma addirittura anticipare la cosa mi sembra poco intelligente. Più continuamo a contrapporre le cose più male ci facciamo.